Economia, Politica
Venezuela, “una Repubblica delle banane che non produce neppure le banane”

Venezuela, “una Repubblica delle banane che non produce neppure le banane”

Pubblicato su Il Foglio giovedì 15 gennaio con il titolo
I resti marci del socialismo chavista sono spazzati via dal flop petrolifero

La crisi in Venezuela è sempre più nera e ha il volto degli scaffali vuoti. Nei mesi passati la popolazione ha dovuto fronteggiare la scarsità di ogni prodotto, da quelli più essenziali come carta igienica, latte, medicinali e alimenti a quelli meno indispensabili come le protesi per la chirurgia estetica (il paese ha il primato mondiale di interventi) fino alle bare (le pompe funebri spingono per la cremazione in modo da riutilizzare la bara dopo la veglia) e alle biciclette, su cui sotto Natale il governo aveva imposto un limite agli acquisti. Da inizio anno mancano persino le patatine fritte negli oltre 100 punti vendita McDonald’s, le scorte sono finite ed è difficile importare le patate a causa del controllo statale sui prezzi e sulle importazioni. Il governo di Nicolás Maduro ha risposto con il suo stile populista accusando la multinazionale americana di “aggressione imperialista” e rilanciando il consumo delle patriottiche radici di yuca fritte in sostituzione delle patatine yankee.

La mancanza di prodotti non riguarda solo McDonald’s, ma tutta la popolazione che in questi giorni sta inondando la rete di tweet con l’hashtag #AnaquelesVaciosEnVenezuela che mostrano gli scaffali e i frigoriferi vuoti di supermercati e negozi a cui fanno da contraltare le code sterminate all’esterno per poter comprare quel poco di prodotti che sono rimasti. In questo il “Socialismo chavista del XXI secolo” non è per nulla differente dal socialismo sovietico del XX secolo e anche la difesa del governo avviene con la stessa neolingua orwelliana: l’idea di scarsità diffusa è una manipolazione mediatica delle opposizioni e proprio le code indicano che non c’è scarsità di prodotti. Nessuno farebbe la fila davanti ai supermercati se dentro non ci fosse nulla da comprare, è il ragionamento del governo.

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Ma per quanto la propaganda possa essere intensa e martellante, non ha il potere di cancellare la realtà, riempire gli scaffali ed eliminare le file da decine di ore per comprare qualcosa che nel frattempo è anche finito. Davanti ai supermercati c’è confusione e risse, spesso i negozi, costretti a vendere beni di prima necessità a prezzi imposti, obbligano i consumatori ad acquistarli insieme ad altri prodotti in eccedenza. Per questo le autorità hanno imposto misure emergenziali, come il divieto di fare foto (secondo le opposizioni almeno 16 persone sono state arrestate), ha posto la Guardia Nazionale davanti ai negozi per sedare le rivolte e in alcuni stati come Yaracuy sono state addirittura proibite le code notturne davanti ai negozi, per fermare “accaparratori” e ”speculatori”. Uno scenario da assalto ai forni di manzoniana memoria.

La crisi dipende dal crollo del prezzo del petrolio, sceso sotto i 50 dollari al barile dagli oltre 100 dollari in pochi mesi, che è praticamente l’unica fonte di liquidità per un paese che deve importare tutto visto che non produce nulla. “Siamo una Repubblica delle banane che non produce banane”, ha sentenziato un politico della vecchia guardia come Eduardo Fernández. Ovviamente anche la discesa vertiginosa del prezzo del greggio per il presidente Maduro, impegnato in un tour tra i paesi produttori di petrolio, è un complotto degli Stati Uniti: “Il capitalismo del mondo del nord – ha dichiarato dal Qatar – sta puntando alla distruzione dell’Opec, a distruggere il prezzo giusto del petrolio di cui abbiamo bisogno”. Ma anche il giro diplomatico non è servito a molto, visto che mentre Maduro annunciava alla stampa accordi con Arabia Saudita e Qatar per far salire la quotazione del greggio, il prezzo del petrolio continuava a scendere.

Il futuro di Caracas è fosco. Con pesanti scadenze da saldare e una produzione impegnata in gran parte per ripagare i debiti, il default è dietro l’angolo. Secondo le previsioni di Bank of America, se il governo non attuerà dolorose riforme radicali l’inflazione, che è già al 65 per cento (la più alta del mondo), è destinata a schizzare al 1.000 per cento in un anno. Il malcontento nella popolazione è crescente, il presidente Maduro ha un indice di approvazione ai minimi storici, attorno al 20 per cento e contro il governo è scesa in campo anche la Chiesa con un’esortazione pastorale della Conferenza episcopale venezuelana che è una mozione di sfiducia nei confronti del governo e del sistema edificato da Hugo Chávez. Ispirati all’evangelico “sì sì, no no”, i vescovi venezuelani hanno detto un chiaro “no” al sistema socialista: “Il problema più grave e la causa di questa crisi generale è la decisione del Governo Nazionale di imporre un sistema politico-economico di tipo socialista-marxista o comunista. Questo sistema è totalitario e centralista, stabilisce il controllo dello stato su tutti gli aspetti della vita dei cittadini. Inoltre minaccia la libertà e i diritti delle persone e delle associazioni e ha portato oppressione e rovina in tutti i paesi dove è stato applicato”. Un po’ in controtendenza rispetto alle recenti spinte anticapitaliste vaticane, i vescovi venezuelani dicono “sì” alla libertà economica e al libero mercato: “Il Venezuela ha bisogno di un nuovo spirito imprenditoriale con audacia e creatività. È urgente stimolare la laboriosità e la produzione dando certezza giuridica e promuovendo le imprese efficienti”.

Sul piano politico la situazione è incandescente in vista delle elezioni legislative di quest’anno. Il Psuv, il partito socialista al governo, ha già convocato una manifestazione per supportare il presidente Maduro e lo stesso ha fatto l’opposizione che con Henrique Capriles Radonski, il candidato della Mud alle ultime due presidenziali, ha annunciato una mobilitazione di piazza per invertire le politiche economiche del governo. Lo scorso anno le opposizioni si erano divise proprio sulla scelta di portare la protesta nelle strade, con Leopoldo López favorevole alla “salida”, una spallata al governo attraverso la mobilitazione di piazza, e Capriles contrario per il rischio che tutto sfociasse nella violenza. Cosa che in effetti avvenne con la dura repressione del governo che causò oltre 40 morti e decine di arresti di prigionieri politici, tra cui lo stesso Lopez. Ora il temporeggiatore Capriles ha deciso di ricucire quello strappo con l’ex amico: ha chiesto al governo di liberare López che da circa un anno è dietro le sbarre e all’opposizione di unirsi in maniera pacifica e democratica contro il governo: “Ogni partita per noi è decisiva, per avanzare o retrocedere. Ed è venuto il tempo di avanzare”.

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.