Economia, Politica
Venezuela, il Socialismo del XXI secolo è in default

Venezuela, il Socialismo del XXI secolo è in default

Pubblicato su Il Foglio il 9 ottobre 2014 con il titolo:
Il default (latente) del Venezuela chavista già colpisce il pueblo

Il Venezuela di Hugo Chávez era fino a poco fa un modello della sinistra radicale: eguaglianza sociale e rifiuto della “logica del profitto”. “Facciamo come il Venezuela”, si diceva. Cantanti, intellettuali e politici altermondialisti erano convinti che il “Socialismo del XXI secolo” – come l’ha battezzato l’ideologo del chavismo Heinz Dieterich – funzionasse davvero. E invece si è dimostrato molto simile a quello del XX secolo: code ai negozi, scaffali vuoti, controlli sui cambi, corruzione, autoritarismo, culto della personalità e inflazione alle stelle.

Non solo le cose vanno malissimo, ma sembrano destinate ad andare peggio, tanto che Ricardo Hausmann, economista di Harvard ed ex ministro della Pianificazione venezuelano nell’era pre-Chávez, qualche settimana fa ha messo in dubbio la capacità di Caracas di pagare la tranche di 4,5 miliardi di emissioni che scadono questo mese. Il presidente Nicolás Maduro ha garantito che il governo pagherà ogni centesimo ai creditori e ha ordinato alla magistratura di incriminare il “bandito e sicario finanziario” di Harvard, ma i mercati finanziari non gli credono molto e già da tempo segnalano l’avvicinarsi del default attraverso rendimenti sui titoli di stato a doppia cifra. Pochi giorni fa Standard&Poor’s ha declassato Caracas alla tripla C, in zona spazzatura. Secondo i dati forniti dall’agenzia di rating la situazione è destinata a deteriorarsi ulteriormente: 28miliardi di debiti in scadenza nei prossimi tre anni, pil in contrazione del 3,5 per cento nel 2014 e inflazione oltre il 60 per cento. Il segno più evidente della folle politica monetaria di Caracas è il disallineamento tra il tasso di cambio ufficiale e quello reale: se per il governo un dollaro vale circa 6 bolívar, sul mercato nero per comprare un dollaro di bolívar ce ne vogliono più di 100, con esiti surreali sui prezzi: secondo i calcoli di Reuters, un chilo di carote al cambio ufficiale costerebbe 19dollari, un jeans 800 dollari e una lattina di Coca-Cola 5,5 dollari.

È vero che il paese ha risorse immense, è seduto sulle più grandi riserve petrolifere del globo, ma il problema è che non ha la tecnologia per tirarlo su. “L’industria petrolifera ha bisogno di grandi investimenti – dice al Foglio la prof. Antonella Mori, dell’Istituto di Studi Latino Americani della Bocconi – capitali che il paese non ha e che nessuno straniero è disposto ad investire in un paese in condizioni politico-economiche così incerte”. Il colosso statale Pdvsa ha quasi dimezzato la produzione rispetto al 1997 ed è un dato tragico per un paese in cui si importa praticamente tutto e il settore petrolifero rappresenta il 95 per cento dell’export. Il governo è diventato prigioniero del petrolio, l’ha usato come una rendita, un bancomat per elargire sussidi, stipendi e benefici alla popolazione, distruggendo ogni altro settore e senza investire in ricerca e innovazione.

Secondo Hausmann il paese è già fallito: il governo ha già fatto default non pagando importazioni per decine di miliardi e lasciando la popolazione senza beni alimentari alimenti, carta igienica, farmaci e altro. In sostanza, dice Hausmann, e questa è forse l’accusa più pesante per un governo socialista, “Maduro ha scelto di fare default sui 30 milioni di Venezuelani, piuttosto che su Wall Street, ed è un segnale della sua bancarotta morale”. Per Mario Seminerio, analista economico che sul suo blog Phastidio da tempo racconta la crisi venezuelana, “Hausmann ha sostanzialmente ragione, la scelta di fronte a cui si trova il governo è più di tipo morale che economico. Dovrà scegliere se pagare i creditori o affamare la popolazione inibendo le importazioni”. Ma Maduro ha già scelto, ha preferito gli “avvoltoi” di Wall Street al “pueblo” venezuelano, perché al di là della retorica rivoluzionaria il Venezuela vive delle relazioni economiche con gli Usa a cui vende petrolio. Ma non sarà facile rispettare gli impegni perché le riserve valutarie di Caracas si stanno assottigliando e il governo per recuperare un po’ di liquidità ha deciso di mettere in vendita Citgo, la sussidiaria petrolifera statunitense della Pdvsa. “Non faranno nulla di ciò che devono fare – dice Seminerio – cioè lasciare andare il cambio, alzare gli interessi e attuare una politica fiscale restrittiva. Il concetto è che sono in trappola”. In pratica il governo è prigioniero delle proprie politiche, delle proprie promesse e della propria ideologia. I chavisti sono convinti di poter rimandare i conti con la realtà all’infinito. A inizio settembre Maduro ha rimosso il potentissimo Rafael Ramírez, vice-presidente all’Economia, da dodici anni ministro del Petrolio e presidente del colosso petrolifero Pdvsa. la voce che nel governo proponeva di tagliare i sussidi, unificare i tassi di cambio e mettere un freno alle stampanti monetarie. Maduro, dopo averlo elogiato per aver “salvato il paese dagli artigli della meritocrazia imperialista”, ha nominato al suo posto due socialisti intransigenti, un generale dell’esercito e Asdrúbal Chávez, cugino del Comandante Hugo.

Il richiamo al caudillo è costante, dalle apparizioni del volto di Chávez ai lavoratori fino alla recita del “Chávez nostro che sei nei cieli”, l’unico appiglio di una classe dirigente allo sbando è la celebrazione religiosa di chi ha condotto il paese sull’orlo del baratro. “L’obiettivo di Chávez – dice Seminerio – era portare fuori dalla soglia di povertà più soggetti possibile attraverso politiche fiscali espansive”. Ma si sa che le strade lastricate di buone intenzioni portano all’inferno: “La redistribuzione ha finito per determinare perdita di competitività e aumento dell’inflazione. Serve una stretta monetaria, bisognerebbe tagliare i sussidi sui carburanti (la benzina costa circa 1 centesimo al litro, ndr), ma l’ultima volta che ci hanno provato ci furono centinaia di morti. Il problema del populismo è che è costretto a inseguire le proprie promesse e, come un tossicodipendente, deve alzare continuamente la dose”.

Il governo ha anche finito il doping del carisma e al deficit di bilancio se n’è aggiunto uno di leadership. “Maduro ha ereditato un paese in difficoltà – dice Antonella Mori – Chávez non aveva capacità in termini di politica economica, ma aveva indubbie doti politiche e un grande carisma. Maduro non ha né carisma né competenze economiche”. Il paese ha problemi seri, l’inflazione che sui beni alimentari arriva al 90 per cento impoverisce soprattutto le fasce più povere e il rischio che le tensioni sociali aumentino è molto concreto. Dopo la calma apparente seguita alle manifestazioni e i morti dei mesi scorsi, è tornata la violenza con l’uccisione del giovane deputato chavista Robert Serra e della moglie. La situazione è esplosiva e se l’economia continua a deteriorarsi Maduro rischia di ritrovarsi in piazza non oppositori borghesi ed educati come Henrique Capriles e Leopoldo López (da mesi ancora prigioniero politico), ma masse affamate e incazzate, allevate per anni a pane e populismo.

Related Posts

Commenta

Your email address will not be published.

Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.