Economia, Politica
Venezuela, il populismo ha finito la benzina

Venezuela, il populismo ha finito la benzina

Pubblicato su Il Foglio mercoledì 22 ottobre con il titolo
Venezuela, un pozzo di populismo

“Se lo stato governasse il deserto del Sahara, in cinque anni ci sarebbe carenza di sabbia”, diceva il premio Nobel per l’Economia Milton Friedman. E in un paese in cui tutto è sotto il controllo dello stato, manca di tutto. E’ il caso del Venezuela, fino a poco tempo fa emblema della sinistra no global e “un altro mondo è possibile”, e attualmente deserto delle politiche socialiste: la popolazione è alle prese con la mancanza di beni essenziali come farina, olio, farmaci e carta igienica e con l’inflazione più alta del mondo, ben oltre il 60 per cento, che impoverisce soprattutto le fasce più povere. E un po’ come nel paradosso di Friedman, il paese che ha le più grandi riserve di petrolio del mondo, che regala greggio ai paesi alleati come Cuba e ai poveri degli Stati Uniti, per la prima volta nella sua storia, ha iniziato a importare petrolio dall’Algeria. Sono i frutti avvelenati del chavismo, che per anni, approfittando del boom del prezzo del petrolio, ha gonfiato i bilanci dello stato e del colosso statale Pdvsa con piani di assistenza e redistribuzione.

Continua a leggere su Il Foglio

 

Le politiche fiscali ultra-espansive di Hugo Chávez hanno determinato perdita di competitività e aumento dell’inflazione che hanno praticamente distrutto ogni settore produttivo. In Venezuela l’industria è morta, il paese è diventato prigioniero del petrolio, che rappresenta oltre il 95 per cento dell’export e l’unica fonte di dollari necessari a importare tutto ciò che è necessario e pagare i debiti. Il governo socialista ha speso anche i soldi che servivano a investire nel settore petrolifero e ora, non avendo le competenze e la tecnologia necessaria a estrarre l’oro nero, ha lentamente dimezzato la produzione. Per le agenzie di rating i titoli di stato sono vicini alla spazzatura, il pil è in contrazione del 3,5 per cento e il pil pro capite è inferiore a quello del 1970. Il colpo finale per l’economia traballante venezuelana è il crollo del prezzo del petrolio, sceso di circa il 25 per cento da giugno, per attestarsi attorno agli 80 dollari al barile. Per il Venezuela vuol dire default. Il “break-even fiscale”, ovvero il prezzo del petrolio per avere un bilancio in pareggio, è secondo Citigroup oltre i 160 dollari, per l’Economist 120 dollari, comunque dal 50 al 100 per cento in più del prezzo attuale. Il presidente Nicolás Maduro, successore di Chávez, ha chiesto attraverso il suo ministro degli Esteri ed ex presidente della Pdvsa Rafael Ramírez una riunione straordinaria dell’Opec, allo scopo di far salire il prezzo del greggio.

L’invito a ridurre la produzione è stato respinto dall’Arabia Saudita, il principale produttore mondiale: “I sauditi, per provocare danni all’Iran o per spingere fuori mercato lo shale oil, non alzeranno il prezzo – dice Mario Seminerio, analista economico e animatore del blog Phastidio – e per il Venezuela è un problema enorme”. Il governo deve onorare una scadenza da 3,5 miliardi entro fine mese con riserve valutarie sempre più assottigliate e prevalentemente illiquide. Maduro dice che pagherà fino all’ultimo centesimo, ma anche dovesse farcela, nei prossimi tre anni scadranno debiti per oltre 30 miliardi di dollari. “Questo è quello che succede quando al governo va gente che promette alla popolazione burro, cannoni e cannoli – dice – ora con il petrolio così giù al governo non resta che abbassare il break-even fiscale, ovvero dimezzare la spesa pubblica”. Cosa che Maduro non ha intenzione di fare a pochi mesi dalle elezioni, ha già garantito al pueblo tutti “i diritti sociali, l’educazione, la salute e il cibo, anche se il petrolio dovesse scendere a 40 dollari”. A fine anni ’80 l’Unione Sovietica implose per il combinato disposto del crollo del prezzo del petrolio e per l’insostenibilità della corsa agli armamenti lanciata da Ronald Reagan. Nel caso del Venezuela chavista non ci sarà bisogno dell’intervento americano, il paese imploderà stampando soldi per rincorrere le proprie promesse. Burro, cannoni e cannoli.

Related Posts

Commenta

Your email address will not be published.

Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.