Cultura
Repubblica: armiamoci e pubblicate

Repubblica: armiamoci e pubblicate

La strage nella redazione di Charlie Hebdo ha unito in un unico abbraccio solidale i media del mondo sotto lo slogan, o hashtag come si dice adesso, “Siamo tutti Charlie Hebdo“. La libertà di espressione, la libertà di satira e soprattutto il diritto alla vita sono principi fondamentali e talmente radicati nella nostra cultura che chiunque ha compatito la morte di persone uccise, come ha scritto Davide De Luca, solo “perché avevano fatto dei disegni”.

Detto questo, è giusto che la stampa si interroghi sui limiti della satira, su come trattare alcune notizie e se sia giusto o meno fermarsi un attimo prima di offendere le sensibilità di alcune persone o gruppi politici, sociali e religiosi. “Siamo tutti Charlie Hebdo” vuol dire che siamo tutti “con” Charlie Hebdo, con la sua libertà di esprimersi e pubblicare vignette forti e dissacranti, ma non che siamo tutti “come” Charlie Hebdo. E infatti molti giornali principalmente anglosassoni hanno evitato di pubblicare le vignette di Charlie Hebdo e lo hanno rivendicato. “Non pubblichiamo immagini che offendono le religioni” è la linea del Washington Post, del New York Times, della Cnn. Altre testate come il Telegraph, il New York Daily News o la stessa Cnn hanno censurato, “pixelato” o tagliato la foto in cui Charb, il direttore del settimanale, compare con la copia di Charia Hebdo, l’edizione in cui compare in copertina Maometto, realizzata in risposta alla devastazione della redazione del giornale in seguito alla pubblicazione delle vignette danesi sul profeta islamico. Il Financial Times ha addirittura bollato la linea editoriale del settimanale francese come “irresponsabile” e “stupida”. Forse i giornali anglosassoni non hanno tutti i torti, visto che Charlie Hebdo da sempre rivendica la sua natura di “giornale irresponsabile“, o quantomeno hanno il merito di essere coerenti, cioè di non saltare sul carro della vittima, una scelta che probabilmente gli stessi autori libertari ed anarchici del settimanale non avrebbero apprezzato.

Una linea opposta a quella profondamente ipocrita di molti campioni della libertà di stampa “a babbo morto” di casa nostra, che per anni hanno condannato le “provocazioni” di Charlie Hebdo, le offensive vignette anti-islamiche del Jyllands-Posten, che non si sono scandalizzati quando Ayaan Hirsi-Ali veniva cacciata dalle università perché urtava la sensibilità delle comunità islamiche. Sul Corriere di oggi Pierluigi Battista ci ricorda cosa diceva Vauro, quello che oggi parla di libertà assoluta di satira, dei colleghi di Charlie Hebdo: le loro vignette erano “propaganda bellica” e “non ci si può indignare se messaggi violenti ottengono e provocano reazioni violente”. Se la sono andata a cercare, insomma. Concetto ribadito più o meno negli stessi termini da un altro vignettista come Ellekappa e un altro santorino come Sandro Ruotolo.

Ma il massimo del cinismo ipocrita è quello sfoggiato da Repubblica che oggi in prima pagina attraverso un editoriale di Timothy Garton Ash (qui la versione in inglese) chiede ai giornali europei di “Pubblicare quelle vignette”. Nell’editoriale quello che è il secondo o primo giornale italiano propone di pubblicare le vignette di Charlie che hanno scatenato la reazione dei terroristi “perché nonostante le prese di posizione risolute dei media, le vignette solidali e le commoventi manifestazioni all’insegna del motto ‘Je suis Charlie’, gran parte delle pubblicazioni, lasciate a sé stesse, in futuro si autocensureranno per paura”. Se queste vignette su Maometto non vengono pubblicate, dice l’editorialista britannico, “a vincere sarà il veto imposto dagli assassini”. Ma il problema con Repubblica è che proprio mentre pubblica l’editoriale di Garton Ash in cui invita a sfidare a viso aperto la violenza e la censura dei terroristi, ha accuratamente evitato di pubblicare in questi due giorni anche solo una delle vignette di Charlie Hebdo che raffiguravano Maometto e che hanno scatenato la violenza dei fondamentalisti islamici. Tra le vignette di Charlie pubblicate da Repubblica ieri e oggi ce ne sono che raffigurano Asterix e Obelix, persone islamiche, persone comuni e persino una con Papa Ratzinger in versione omosex, ma nessuna delle tante che mostrano il profeta Maometto.

La scelta, come detto anche per i giornali britannici, è legittima e può derivare da considerazioni etiche (“Siamo contro le bestemmie e le offese alle religioni”) o di opportunità (“Non vogliamo provocare, gettare benzina sul fuoco o mettere a rischio la vita dei nostri dipendenti”), ma è quantomeno ridicola se contemporaneamente si invitano tutti gli altri giornali europei a fare il contrario altrimenti “a vincere saranno gli assassini”. Non “Siamo tutti Charlie”, anche perché come ha scritto Matt Welch su Reason potremmo essere già morti. Non è obbligatorio essere Charlie, ma neppure essere così ipocriti.

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.