Economia
Perché l’austerity è il miglior programma elettorale possibile

Perché l’austerity è il miglior programma elettorale possibile

Pubblicato su Il Foglio martedì 4 agosto

Il racconto della crisi finanziaria che ha travolto l’Europa a partire dal 2009 ruota attorno a un punto fermo: qualunque siano le cause della crisi dei debiti sovrani, l’austerità ha aggravato e prolungato il pessimo stato di salute delle economie europee. Sono davvero in pochi sia nel dibattito politico che economico a non dare per assodato che l’austerity sia il problema dell’Europa. Tutti i principali commentatori, con in testa il Nobel paladino della sinistra internazionale Paul Krugman, sostengono che l’austerity sia un’imposizione politica e morale della Germania senza alcun senso economico, che danneggia la crescita economica e che ha mostrato gli effetti più negativi dove è stata imposta in maniera più brutale come in Grecia. Infine l’austerity è impopolare, una camicia di forza che stringe diritti e democrazia contro cui le masse si stanno ribellando (vedi i vari Podemos e Syriza a sinistra e Le Pen e Salvini a destra). Tutto falso.

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Per Anders Åslund è vero esattamente il contrario. L’economista svedese, a lungo punto di riferimento del Peterson Institute e uno dei massimi esperti mondiali delle transizioni dei regimi comunisti all’economia di mercato, sul Berlin Policy Journal ha smontato la retorica anti-austerity di Krugman citando il caso della Lettonia (che conosce bene per essere stato consulente del governo durante gli anni della crisi) e dei paesi baltici in generale. Quando nel 2008 fallisce Lehman Brothers, dopo anni di crescita pompata dal credito facile, scoppia la bolla immobiliare e Lettonia, Estonia e Lituania piombano in una crisi nera, con il pil che scende di oltre il 20 per cento e la disoccupazione che schizza al 19. Solo in Lettonia il pil crolla del 24 per cento in due anni, tanto quanto è sceso in Grecia ma in sei anni. Le repubbliche baltiche, che all’epoca erano fuori dall’euro e quindi avevano politiche fiscali e monetarie più autonome, scelgono la linea dura per non deviare dal percorso che negli anni successivi li porterà nell’euroclub: niente indebitamento, stimoli fiscali keynesiani o svalutazioni, ma riforme e un piano per mettere in breve tempo il bilancio in equilibrio. In una parola: austerity. Licenziamenti e taglio degli stipendi pubblici, congelamento delle pensioni, liberalizzazione del mercato del lavoro, aumento dell’Iva: la Lettonia fa un aggiustamento fiscale di circa 15 punti di pil in due anni (numeri simili per le altre due repubbliche baltiche). Una terapia molto più dura di quella della Grecia che, negli stessi anni in cui la Lettonia praticamente arriva al pareggio di bilancio. L’austerity baltica, al prezzo di una forte emigrazione e duri sacrifici da parte della popolazione, funziona nonostante le terribili sentenze di Krugman: il pil dal 2011 cresce a un tasso medio del 4,3 per cento, la disoccupazione si è dimezzata e ora è attorno al 10 per cento, le esportazioni sono aumentate dell’85 per cento.

Non è vero quindi che l’austerity più dura sia stata applicata in Grecia e non è vero che non abbia funzionato, anzi i risultati migliori si sono avuti proprio dove è stata più drastica come negli ex paesi comunisti. E non è neppure vero che l’austerity sia anti-democratica e impopolare. Åslund ricorda l’ormai celebre frase di Jean-Claude Juncker, allora primo ministro del Lussemburgo, sulla difficoltà politica a far accettare ai propri cittadini le necessarie riforme strutturali: “Sappiamo tutti quello che occorrerebbe fare, semplicemente non sappiamo come essere rieletti dopo averlo fatto”. “Durante i 5 anni della crisi dal 2008 al 2013 – nota l’economista svedese – 19 governi su 28 dell’Ue sono stati mandati a casa, mentre 8 sono stati rieletti, quelli di Estonia, Finlandia, Germania, Lettonia, Olanda, Polonia, Svezia e Lussemburgo. Questi 8 governi hanno due cose in comune: sono di centrodestra e hanno fatto politiche di austerity”. Åslund deve solo aggiornare la sua lista con la Gran Bretagna di David Cameron e vedere se le prossime elezioni in Portogallo, Spagna e Irlanda confermeranno la regola.

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.