Economia
Nuova Iri o Stato innovatore? I limiti dell’intervento pubblico. Intervista a Fabiano Schivardi

Nuova Iri o Stato innovatore? I limiti dell’intervento pubblico. Intervista a Fabiano Schivardi

Pubblicato su Public Policy venerdì 3 aprile

In questi anni di crisi economica si sta discutendo molto del ruolo dello Stato in economia, nel senso di una maggiore presenza, soprattutto in quei settori in cui a partire dagli anni ’90 ha fatto una marginale ritirata. Le posizioni in campo sono molto diverse, ci sono i nostalgici dell’Iri (a destra come a sinistra) che chiedono un intervento dello Stato per ristrutturare le aziende colpite dalla crisi, c’è chi chiede che un ruolo simile venga svolto dalla Cassa depositi e prestiti per difendere i “settori strategici”, chi si limita ad invocare la necessità di una “politica industriale” e chi invece vede di buon occhio l’intervento pubblico nel ruolo di uno “Stato innovatore”. Anche se la linea comune è quella di maggiore intervento dello Stato e della politica nell’economia, si tratta di cose diverse e spesso in contraddizione tra loro. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza con Fabiano Schivardi, economista della Bocconi esperto di economia industriale.

Quale dovrebbe essere il ruolo dello Stato nell’economia moderna di un paese occidentale? Quando l’intervento dello Stato è utile?
In generale il mercato tende a funzionare bene e l’intervento dello Stato si mostra utile solo in particolari condizioni, quando c’è un “fallimento di mercato”. Ci sono casi come la ricerca & sviluppo in cui il mercato tende a raggiungere risultati non ottimali, produce troppo poco, o casi come le produzioni inquinanti in cui produce troppo, ci sono delle esternalità e lo Stato interviene con tasse o incentivi per raggiugere maggiore efficienza. Questo quindi non c’entra con lo Stato imprenditore, un ruolo che in un’economia di mercato è molto più difficile da giustificare.

Per quale motivo non è giustificabile che lo Stato faccia impresa, per un preconcetto ideologico? In molti descrivono come gloriosa la storia dello Stato imprenditore in Italia.
Lo Stato faceva anche i panettoni, ma non c’è una ragione per cui il mercato da solo non faccia le cose per bene. Inoltre l’esperienza ci insegna che l’operatore pubblico non ha gli incentivi all’efficienza, a seguire i gusti dei consumatori, a cercare il profitto che invece hanno i privati. Quando lo Stato ha cominciato a fare i panettoni dalla crisi del ’29 in poi le cose per un po’ sono andate bene, ma poi la situazione è degenerata. L’incentivo all’opera spesso è stato quello dell’acquisto del consenso, perché in queste situazioni il bacino elettorale tende a coincidere con quello occupazionale.

Inizialmente nel Dopoguerra il pubblico è stato anche un motore efficiente dello sviluppo economico del paese, è possibile replicare quel modello o sono cambiate le condizioni?
All’epoca la raccolta di capitali era più complicata, venivamo fuori dalla guerra e adottavamo tecnologie mature sviluppate altrove, un po’ come accade oggi in Cina, anche lì lo Stato fa l’imprenditore. Ma in quelle condizioni il compito era più semplice, adesso che siamo sulla frontiera tecnologica la velocità di movimento e la capacità di annusare l’innovazione sono meno forti per un operatore pubblico. Ciò non vuol dire che lo Stato non debba avere un ruolo nell’innovazione, come ad esempio nella ricerca di base, che non ha applicazioni economiche immediate ma che contribuisce ad accrescere la conoscenza che porterà sviluppo nel lungo termine. Quindi non è che lo Stato non debba fare niente, buona parte della ricerca che si deve fare non ha risvolti immediati dal punto di vista del profitto, lì lo Stato deve intervenire.

Da un lato si chiede allo Stato di innovare, fare ricerca lì dove non arrivano i privati, dall’altro spesso le stesse persone chiedono di intervenire per ristrutturare imprese fallite o in crisi. Non è contraddittorio chiedere al pubblico di fare l’Iri e lo “Stato innovatore”?
Il salvataggio di imprese in crisi è un altro capitolo e tutte le considerazioni precedenti non valgono. Ci sono esempi nella storia di salvataggi che hanno funzionato, come quello recente di General Motors e Chrysler, difficoltà temporanee che sono state superate grazie all’intervento dello Stato. Però è un capitolo più difficile in cui la teoria ci aiuta poco e dipende dal tipo di intervento, Obama ha chiesto piani molto stringenti che dimostrassero che le imprese sarebbero poi state capaci di stare in piedi da sole sul mercato. La cosa è molto diversa se lo Stato interviene per essere una stampella permanente di imprese decotte, che è invece quello a cui molti pensano. È  pericoloso pensare a una Cdp come un operatore che entra con un obiettivo permanente in imprese che da sole non ce la farebbero a stare sul mercato, se produci continuamente perdite non c’è Cdp che tenga.

Se la differenza è quindi tra il modello Chrysler e il modello Carbosulcis o Alitalia, i precedenti non parlano a nostro favore.
Ciò che è importante non dimenticare è che anche quando ci sia la giustificazione teorica di un intervento pubblico, bisogna valutare se il pubblico sia capace di farlo. E questa è un po’ la differenza tra noi e ad esempio i francesi, che hanno una tradizione di apparato pubblico più efficiente. Questo è un problema più pratico che teorico, ma che non può essere trascurato. L’Alitalia ad esempio è una vicenda in cui si sono buttati un sacco di soldi, non l’abbiamo venduta ai francesi, ma poi è stata comunque ceduta ad Ethiad, alla fine quel breve tempo in più di italianità c’è costato 4-5 miliardi di euro.

L’italianità però è una bandiera sventolata dai politici sia di destra che di sinistra, recentemente se n’è parlato per la vendita di Pirelli ai cinesi con la richiesta di uno strumento pubblico che intervenga per “salvare” l’italianità di alcune aziende. Ha economicamente un senso? È di qualche utilità?
Sventolare questa bandiera paga politicamente, quindi ha certamente un’utilità a livello politico. Istintivamente dispiace a tutti, ma economicamente le cose stanno diversamente: noi abbiamo bisogno di grandi imprese e le grandi imprese non possono essere che multinazionali, ciò che conta è dove dislocano i centri più importanti e la Pirelli già adesso ha solo il 10% degli impiegati in Italia. La nazionalità di chi controlla le azioni non è così importante, se guardiamo al caso Fiat in cui l’italianità è stata mantenuta, una volta che ha acquistato la Chrysler ha cominciato a ragionare da multinazionale spostando sede fiscale in Gran Bretagna e legale in Olanda. Alla fine ciò che interessa non è chi possiede le imprese, ma dove danno lavoro e soprattutto dove danno lavoro qualificato. La partita non è se la Pirelli è degli italiani o dei cinesi, ma se Milano offre un buon ambiente in cui continuare a mantenere le attività e la ricerca. Le multinazionali non possono ragionare sulla base del nazionalismo, perché sono sul mercato, se qui non conviene mantenere le attività prima o poi se ne vanno anche se sono italiane. Chi pensa di mantenere l’italianità ragiona in un’ottica mercantilista, nella vecchia logica del capitalismo di relazione, ma è una logica che non ci ha portato molto lontano.

Related Posts

Comments are closed.

Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.