Economia, Politica
Minoranza Pd, dopo l’articolo 18 il nuovo fronte è l’austerity

Minoranza Pd, dopo l’articolo 18 il nuovo fronte è l’austerity

Si pensava che l’articolo 18 fosse la battaglia che doveva riunire le anime di sinistra del Pd che si oppongono al metodo Leopolda e invece dalla direzione del partito sulla riforma del mercato del lavoro è uscita un’opposizione ridotta, frammentata e senza leadership. La sconfitta contro il caterpillar renziano su un terreno che è tutto ideologico, e quindi favorevole alle capacità comunicative e agli slogan del premier, era prevedibile, ma le cose sono destinate a cambiare quando la partita, per forza di cose, si sposterà sul campo più prosaico (per citare D’Alema) dei numeri e delle risorse. Se per il governo sarà facile modificare l’articolo 18 e rendere più semplici i licenziamenti per motivi economici, la parte difficile verrà quando ci sarà da trovare le risorse per estendere gli ammortizzatori sociali ai lavoratori precari. A dispetto delle stime di crescita eccessivamente ottimistiche del governo, che nel Documento di economia e Finanza prevedeva per il 2014 una crescita dello 0,8 per cento, anche quest’anno il Pil diminuirà dello 0,2-0,3 per cento. Così anche il rapporto deficit-Pil dovrebbe salire dal 2,6 per cento stimato inizialmente al 2,9 per cento, ad un soffio dal limite europeo del 3 per cento. Per mantenere fede alle sue promesse il governo si troverà di fronte all’obbligo di estendere gli ammortizzatori sociali senza aumentare le tasse, senza avere margini per poter spendere in deficit e dovendo tra le altre cose tagliare la spesa di almeno 15 miliardi.

È proprio sulla questione delle risorse, più che sull’articolo 18, che la sinistra del Pd sta costruendo un fronte comune attorno ad una battaglia simbolica contro l’austerity: abolizione del pareggio di bilancio introdotto nel 2012 nella Costituzione e superamento del Fiscal compact. Già a giugno Stefano Fassina, Gianni Cuperlo e Pippo Civati avevano chiesto di modificare il pareggio di bilancio nell’ambito del ddl sulle riforme costituzionali. Ora quella proposta è diventata un emendamento al ddl Boschi presentato da Fassina e Alfredo D’Attorre. L’iniziativa parlamentare si inserisce in una mobilitazione contro l’austerity, il fiscal compact e il pareggio di bilancio che si estende oltre i confini della minoranza del Pd e che mira a creare una massa critica che si oppone alle regole europee e al governo Renzi che le rispetta. Sempre l’ex viceministro dell’economia Fassina è sceso in campo, insieme a una cinquantina di parlamentari del Pd, per sostenere e raccogliere le firme per i referendum “anti-asuterity” e al fianco di Maurizio Landini e Stefano Rodotà che hanno presentato una legge di iniziativa popolare sempre contro il pareggio di bilancio. Sotto la bandiera della lotta all’austerity si sta riunendo quel mondo variegato che va dalla sinistra Pd ai sindacati, dalla sinistra radicale ai Rodotà fino al M5S, il fu “governo del cambiamento” nato dalla sconfitta elettorale e morto nello streaming di Bersani e Letta con Crimi e la Lombardi.

Più spesa pubblica e più deficit per rilanciare l’economia è la richiesta. Sarà una battaglia molto più difficile da affrontare per il governo, alle prese con la recessione e il taglio della spesa pubblica, anche perché in passato è stato lo stesso Renzi ad esprimersi a favore dello sforamento del tetto del 3 per cento. Probabilmente il premier ricorderà ancora una volta che l’Italia, per avere un po’ di credibilità in Europa, deve rispettare gli impegni e che chi protesta è proprio chi ha sottoscritto quei patti. L’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione (primo firmatario Pier Luigi Bersani) fu approvato con i voti determinanti del Pd di cui Bersani era segretario e Fassina responsabile economico. E fu proprio Fassina, che con il Pd in grande vantaggio nei sondaggi si apprestava ad occupare un’importante poltrona all’economia nel governo Bersani, a rassicurare l’establishment europeo sul rispetto dei vincoli di bilancio in un’intervista al Financial Times: “Non rinegozieremo il fiscal compact né il pareggio di bilancio in Costituzione. Se agissimo in modo unilaterale danneggeremmo il progetto europeo”, disse l’allora responsabile economico del Pd.

 

Pubblicato su Il Foglio il 2 ottobre 2014 con il titolo:

Mosse e nomi. Se la nuova sinistra nascerà combattendo il Fiscal compact

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.