Economia
L’Italia non è più un paese per aspiranti miliardari

L’Italia non è più un paese per aspiranti miliardari

Pubblicato su Il Foglio venerdì 30 gennaio con il titolo
Le biografie dei dieci Paperoni italiani e la netta impressione che il mercato può dare chance

I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Periodicamente vengono pubblicati in Italia bollettini sui supermiliardari che hanno patrimoni pari a quello di 7-800mila famiglie medie o a svariate decine di milioni di poveri, a seconda dei parametri che si prendono in considerazione e delle statistiche che si vogliono confezionare. In un periodo di drammatica crisi economica in cui le famiglie italiane hanno perso il lavoro e visto assottigliarsi risparmi e patrimoni a causa del calo di reddito e dell’aumento delle tasse, il richiamo alla “giustizia sociale” e al “far piangere i ricchi”, molti dei quali nel frattempo hanno visto crescere la ricchezza, è molto forte e comprensibile. Ritornano nel vocabolario termini come “padroni” e si paventa un ritorno alle “diseguaglianze dell’Ottocento”, alla Gilded Age, all’epoca della corruzione, del dominio dell’oligarchia ricca, dello stato minimo e del liberismo ça va sans dire selvaggio. Ma se si guarda alla lista dei miliardari italiani e a come hanno ottenuto successo, fama e ricchezza, la storia sembra diversa. Scorrendo l’elenco dei miliardari italiani si nota che sono tutti dei self made man, partiti in molti casi da zero, in alcuni da uno o due e in altri da sottozero. Il più ricco d’Italia, Michele Ferrero, che secondo Forbes ha un patrimonio di circa 24 miliardi di dollari, è figlio di un garzone che apre un laboratorio dolciario e muore giovane, stremato dalla frenetica attività nel dopoguerra. Michele entra giovane nell’azienda guidata dalla mamma e allo zio Giovanni, ma è dopo la morte del fratello del padre che prende il controllo e regala al mondo la Nutella, le barrette con “più latte e meno cacao”, gli ovetti con la sorpresa, le praline col caffè e tutti quei dolci che ancora oggi ci accompagnano dalla culla alla tomba. Un successo dopo l’altro e mai un passo più lungo della gamba, presenza sul mercato nazionale e internazionale, diversi stabilimenti in Italia e nel mondo, oltre 20mila dipendenti.

Una storia ottocentesca, quasi dickensiana, è quella di Leonardo Del Vecchio, il fondatore di Luxottica e leader mondiale degli occhiali. Perde il padre da bambino, cresce ai Martinitt, il collegio milanese che accudisce gli orfani, lavora come garzone, studia alle scuole serali, poi fa l’operaio e infine apre la sua piccola azienda di montature che si trasformerà nel colosso degli occhiali: decine di marchi, leadership globale, oltre 70mila dipendenti e un patrimonio personale di oltre 20miliardi di dollari. Orfani di padre erano anche i fratelli Benetton, con i più grandi Luciano e Giuliana che aiutano la famiglia con lavoretti part-time dopo la scuola. Partono come dipendenti in negozi d’abbigliamento e dalla campagna veneta colorano ogni angolo del mondo distribuendo i loro maglioncini democratici: 120milioni di capi di abbigliamento venduti in 120 paesi del mondo, i successi in Formula 1, partecipazioni e interessi ora diffusi nei settori più disparati. Un altro che ha perso il padre da giovane è Gianluigi Aponte, l’armatore proprietario di Msc, che ha iniziato lavorando in banca ed ha iniziato con una grande passione per il mare e con Patricia, una piccola imbarcazione tedesca di seconda mano.

Di Silvio Berlusconi si sa tutto. Non era figlio di una famiglia ricca, inizia come chansonnier in crociera e poi agente immobiliare, imprenditore edile, Milano 2, la rottura del monopolio televisivo con Fininvest, i successi con il Milan e quelli in politica. Figlio della borghesia, ma non certo ricco, è anche Stefano Pessina, un nome non molto conosciuto, ma tra i più ricchi d’Italia con oltre 10miliardi di dollari di patrimonio e una multinazionale leader in Europa nella distribuzione farmaceutica. È partita con poco anche la famiglia Perfetti che nel dopoguerra ha iniziato a produrre caramelle ma soprattutto è stata la prima a diffondere i chewing gum, le “gomme americane”, con marchi di enorme successo, fatturati miliardari e decine di migliaia di posti di lavoro. Sono figli di nessuno anche i miliardari della moda. I genitori di Giorgio Armani facevano l’impiegato e la casalinga e lui ha iniziato lavorando alla Rinascente, Miuccia Prada e suo marito Patrizio Bertelli hanno rilanciato il nome di una prestigiosa ma piccola boutique, Domenico Dolce e Stefano Gabbana sono figli di un sarto e di un operaio e Renzo Rosso, il patron di Diesel, viene da una famiglia di contadini.

Sono tutte storie di meritocrazia, di creatività, di sudore, di tenacia, di intuizione e anche di fortuna. In un paese come l’Italia, fortemente corporativo e pieno di barriere, dove gran parte del destino lavorativo è deciso dal cognome, dove le posizioni professionali si ereditano sia nel pubblico nel privato, le storie dei super ricchi sono storie di un capitalismo che ha funzionato, che ha fatto scalare la piramide sociale a persone capaci. Tutti questi imprenditori hanno avuto successo in mercati concorrenziali, hanno soddisfatto le nuove esigenze dei consumatori italiani e stranieri, hanno creato centinaia di migliaia di posti di lavoro, prodotto miliardi di ricchezza e pagato miliardi di tasse che hanno sostenuto un settore pubblico non sempre efficiente. L’obiezione è che non tutti le hanno pagate tutte, qualcuno ha avuto problemi col fisco, qualcun altro ha preso la residenza all’estero, ma il concetto non cambia. È molto popolare l’idea di mettere le mani sui soldi dei Paperoni, di seguire la logica banditesca di “prendere le risorse dove sono”. Può sembrare sensato redistribuire i soldi che i super-ricchi hanno guadagnato negli anni, ma il problema è che anche soldi dei miliardari finiscono, dato che non sono mai abbastanza per le esigenze dello Stato. È più complicato chiedersi e dare una risposta al perché in Italia non spuntino più nuovi Ferrero, Benetton e Del Vecchio, la gran parte del club dei super-ricchi viene dal dopoguerra e gli ultimi, pochi, dagli anni ’90. Nessuno negli anni più recenti. Si scoprirebbe che l’Italia non è più un paese per miliardari, o meglio, per poveri aspiranti miliardari.

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.