Economia
La via italiana al liberismo

La via italiana al liberismo

L’Italia è in crisi per colpa del liberismo. Questo è quello che quotidianamente ascoltiamo dalla stragrande maggioranza delle forze politiche e del ceto intellettuale italiano, anzi, a parte qualche voce fuori dal coro, si può dire che tutti, da destra a sinistra pur scontrandosi su molte questioni, su un punto sono d’accordo: è colpa del liberismo. La disoccupazione è la conseguenza di anni di dominio liberista, la deindustrializzazione è colpa della fuga delle imprese spinte dalla globalizzazione liberista, paghiamo gli shock economici causati dal liberismo, e così di seguito. Il liberismo è il passepartout che spiega ogni problema: fame nel mondo, povertà, disuguaglianza, inquinamento, fino ad arrivare ai casi più estremi come gli uragani, l’astensione elettorale e l’ebola.

Ma che cos’è questo liberismo? Davvero l’Italia è un paese in balìa dei capricci incontrollati del Dio Mercato? Davvero viviamo in un paese dominato da un liberismo “selvaggio”, “sfrenato” o “darwiniano”? Intanto, per capire di cosa stiamo parlando, bisogna definire il liberismo, che secondo la Treccani è quel “sistema imperniato sulla libertà del mercato, in cui lo Stato si limita a garantire con norme giuridiche la libertà economica e a provvedere soltanto ai bisogni della collettività che non possono essere soddisfatti per iniziativa dei singoli”. Una definizione molto ampia, che però rende l’idea: poco-pochissimo Stato e molta libertà all’iniziativa degli individui, singoli o associati.

E in Italia lo Stato è grande o è piccolo? Per capirlo può essere utile un indice sintetico come quello della spesa pubblica in rapporto al pil, che indica quante risorse prodotte in un anno sono gestite dallo Stato. Nel Belpaese la spesa pubblica al 2013 è il 50,4% del Pil, che vuol dire che lo Stato e quindi la politica e la burocrazia spendono la metà di ogni euro prodotto in Italia legalmente o illegalmente (visto che nel conteggio del Pil sono compresi sommerso ed attività illegali). Non proprio una performance da paese liberista. Ma non basta, perché lo Stato e la politica in Italia controllano e gestiscono molte imprese e società che sono tra le principali del paese: Eni, Enel, Ferrovie dello Stato, Finmeccanica, Poste italiane, Rai, Enav, STMicroelectronics, Gse, l’Istituto Luce, la Cassa depositi e Prestiti (che a sua volta controlla grandi società come Terna). L’elenco delle partecipazioni è molto lungo e può essere consultato sul sito del Mef. A questo elenco deve essere aggiunto quello delle municipalizzate, ovvero quelle società partecipate dagli enti locali (comuni, province e Regioni). L’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli l’ha definita “una giungla in buona parte inesplorata e di estensione incerta”, ne sono state censite circa 8mila “ma sono certo di più”. Sono così tante che neppure l’amministrazione pubblica sa quante siano, Cottarelli ipotizza che siano più di 10mila. C’è di tutto, dai rifiuti ai trasporti, dall’energia ai casinò, dalle terme alle farmacie fino agli stabilimenti balneari. Circa 3mila di queste società hanno più posti nei Cda che dipendenti e oltre mille hanno solo posti nei Cda e nessun dipendente. Ma a fianco a micro-municipalizzate ci sono anche colossi quotati in Borsa come Hera e A2a. Nella neoliberista Italia il turbocapitalismo della politica e dello Stato si impegna in imprese di tutte le dimensioni senza disdegnare alcun settore. Tra le attività di interesse politico va senz’altro aggiunto il sistema bancario, che è formalmente privato ma di fatto controllato dai partiti attraverso le fondazioni bancarie, un altro mostro turboliberista, che ha dato una dimostrazione della sua brutalità liberista con i casi Carige e Mps.

Tolto il 50% di spesa pubblica, tolte alcune delle più grandi imprese italiane (che tra le altre cose sono anche aderenti della turboliberista Confindustria), tolto il sistema bancario, tolte oltre 10mila partecipate, cosa resta fuori dal controllo diretto della politica? A spanne un 30% di pil, che comprende anche le attività in nero e tutte le attività criminali (ovviamente escluse quelle commesse dagli operatori statali). Ma questa parte residuale dell’economia italiana non è stata certamente lasciata in mano alle forze brutali e selvagge dell’anarco-capitalismo, perché tutto è minuziosamente controllato e regolamentato da decine di migliaia di leggi. Vabbé che siamo un paese dominato dal “paradigma liberista”, ma ciò non vuol dire che si applica la legge della giungla. Così quasi tutti i settori economici del nostro “liberismo dal volto umano” sono iper-regolamentati, soggetti a decine di autorizzazioni, vincoli, licenze e diavolerie varie che servono comunque a garantire il bene comune, l’interesse pubblico e nazionale, a impedire le degenerazioni del liberismo più sfrenato e a limitare l’avidità degli animal spirits.

Queste azioni di interdizione dello Stato riescono per fortuna ad arginare alcune degenerazioni molto diffuse all’estero, ma per fortuna tenute alla larga dalla penisola. A segnalarcele è il rapporto Doing Business della World Bank, che fa una specie di classifica del neoliberismo a livello mondiale. La World Bank ci dice che non solo in Italia il total tax rate è al 65% contro il 41% della media dei paesi Ocse (tutte tasse che finiscono in quel 50% di spesa pubblica), ma che per pagarle quelle tasse ci vogliono circa 270 ore di lavoro l’anno (circa 100 in più della media Ocse, forse perché sono di meno). Tutto tempo sottratto al liberismo, per fortuna. Ma non basta, perché per ottenere i permessi per costruire in Italia ci vogliono circa 8mesi (116° posto al mondo), di cui un mese solo per ottenere l’allacciamento idrico e fognario e un altro mese per ottenere il nulla osta dal Genio civile. A questi 8mesi ne vanno aggiunti altri 4 per l’allacciamento elettrico. Un’altra caratteristica peculiare del neoliberismo italiano è la giustizia che, a differenza di molti paesi turboliberisti, non ha il turbo ed è invece molto riflessiva per poter determinare i torti e le ragioni senza l’assillo del tempo: per far rispettare un contratto la giustizia impiega in media 1.185 giorni (tre anni e tre mesi), contro i 540 dei paesi Ocse. “Il tempo è denaro” è un concetto turboliberista propagandato da un chierico del capitalismo come Benjamin Franklin. E noi abbiamo molto tempo da perdere visto che il denaro è finito da un pezzo. Per concludere si deve ammettere che l’Italia è in una situazione economica disastrosa, non osiamo immaginare in che condizioni sarebbe se fosse ancora più liberista.

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.