Economia
La terra dell’austerity promessa

La terra dell’austerity promessa

Pubblicato su Il Foglio mercoledì 19 agosto

Servono posti di lavoro, e che siano fissi e vicini a casa, tutto il resto è anticostituzionale. Se non è possibile dare piena attuazione al dettato della Carta costituzionale e garantire il diritto al (posto di) lavoro è ovviamente colpa delle politiche di austerity e della subalternità culturale al paradigma neoliberista, come dimostrano l’abolizione dell’articolo 18 e la conseguente compressione dei diritti dei lavoratori. Mentre la sinistra (ma sempre più spesso anche la destra) politica e sindacale è ferma a queste coordinate del dibattito, gran parte degli italiani si muove nella direzione opposta e vota con i piedi per un sistema in cui il “posto” non è garantito né vicino. Cercano lavoro in Inghilterra, un paese dove non c’è l’articolo 18, dove il governo ha tagliato le tasse e la spesa pubblica e si appresta a varare un piano di privatizzazioni monstre. E il Regno Unito non è un paese che esce da un’economia pianificata, ma dalle liberalizzazioni, deregolamentazioni e privatizzazioni di Margaret Thatcher e del suo epigono di sinistra Tony Blair che non ha toccato quelle riforme.

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E’ sempre più grande il numero di persone che lasciano l’acciaccato welfare state continentale per attraversare la Manica: negli ultimi 20 anni il flusso di immigrati nel Regno Unito è più che raddoppiato e il picco si è avuto negli ultimi anni, con un aumento di circa 150 mila nuovi ingressi, dai 500 mila del 2012 ai circa 650 mila del 2014. La Gran Bretagna (neoliberista) è insieme alla Germania (ordoliberista) la destinazione preferita dai cittadini europei che si spostano in cerca di lavoro o per studio, e di questa massa gli italiani sono una quota consistente e crescente: in tutto sono oltre 500 mila, la metà a Londra e l’altra metà nel resto del paese. E il flusso è in aumento, tra i 13 e i 16 mila l’anno, il 70 per cento in più in un solo anno. A cercare fortuna o semplicemente migliori opportunità non sono solo i tradizionali lavapiatti, ma anche persone impiegate nella finanza, studenti, informatici, medici e ricercatori, giovani e meno giovani.

Tutto questo capitale umano e questa forza lavoro sono stati agevolmente assorbiti, dato che la Gran Bretagna di David Cameron, nonostante la crisi del 2008 e la dura terapia di riforme e risanamento dei conti, ha prodotto in 5 anni circa 2 milioni di nuovi posti di lavoro, con un tasso di occupazione ai massimi storici e quello di disoccupazione ai minimi. E’ vero che negli ultimi anni i salari non stanno crescendo a causa della stagnazione della produttività, ma comunque sono in termini reali circa il 40 per cento superiori a quelli dell’èra pre-Thatcher. Qualcuno lo dovrà dire anche a quel Jeremy Corbyn che sta scalando il Partito laburista inglese con una piattaforma di sinistra estrema: gli italiani, come molti altri europei, emigrano verso un paese che ha fatto tutte quelle riforme che vengono osteggiate qui; disillusi dalle promesse di posti fissi, vicini e ben pagati nella penisola che non c’è, vanno a costruirsi un futuro nell’isola dell’austerity.

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.