Cultura, Economia
La decrescita e il ritorno alla “vecchia merda”

La decrescita e il ritorno alla “vecchia merda”

Pubblicato su Il Foglio mercoledì 3 dicembre con il titolo
Tutte le contraddizioni dei fan della decrescita in tempi di globalizzazione

“Ricordati che devi decrescere! Ricordati che devi decrescere!“. Un po’ come il frate invitava Massimo Troisi a riflettere su un’inevitabile scadenza, i monaci trappisti della nostra epoca ci ricordano con libri, convegni e seminari che dobbiamo decrescere se vogliamo salvarci dall’imminente Apocalisse. Anziché “segnarselo” come aveva promesso Troisi per levarsi il frate di torno, Luca Simonetti ha deciso di scrivere un libro, “Contro la decrescita” edito da Longanesi, sugli odierni profeti di sventura e la loro religione-ideologia. Del libro di Simonetti ce n’era bisogno, perché nessuno prima aveva affrontato in modo sistematico le riflessioni di questo mondo vasto e variegato, che ha un seguito crescente e da marginale che era sta diventando sempre più mainstream. Scrittori di successo come Serge Latouche, giornalisti affermati come Michele Serra, artisti alla Adriano Celentano e Ermanno Olmi, guru orientali come la madrina dell’Expo Vandana Shiva, meteorologi come Luca Mercalli, fino a partiti politici come il Movimento 5 stelle.

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La decrescita piace, è alla moda e offre soluzioni per i problemi della società moderna: crisi economica, inquinamento, diseguaglianza, disoccupazione, consumismo. Ma in cosa consiste questa decrescita? Può essere sintetizzata in tre slogan: “I soldi non fanno la felicità” perché il pil e il denaro indicano il nostro avere e non il nostro benessere, “si stava meglio quando si stava peggio” perché una volta il cibo era sano e l’aria pulita e “non sprecare che c’è gente che muore di fame” perché lo spreco occidentale è causa della miseria nel resto del mondo. L’idea di fondo è che lo sviluppo economico, gli scambi commerciali, l’industrializzazione, la tecnologia e il mercato hanno corrotto l’uomo spingendolo alla ricerca continua di bisogni artificiali, non necessari. Il capitalismo e la crescita economica non sarebbero quindi il modo più efficace per soddisfare dei bisogni reali, ma la creazione artificiale di bisogni superflui. La logica viene ribaltata e tutti i concetti vanno sottosopra: l’economia non è la scienza che studia la scarsità ma l’ideologia che la produce, la crescita non aumenta la ricchezza ma crea la povertà, il capitalismo non produce beni e servizi ma sprechi, la medicina non cura le malattie ma ne crea sempre nuove e via di seguito. Ovviamente si tratta di errori concettuali che vengono smontati pezzo per pezzo e confutati da Simonetti con la forza dei dati e della logica, ma secondo i “decrescenti” se tutti questi problemi sono un prodotto della società moderna, vuol dire che c’è stato un periodo in cui non c’erano scarsità, lotta per la sopraffazione e miseria.

E’ esistita un’Età dell’Oro a cui bisogna ritornare, che però ognuno colloca in un periodo diverso della storia: per Latouche bisogna tornare a produrre come negli anni 60-70, prima della globalizzazione, per il benecomunista Ugo Mattei i problemi sono cominciati con le enclosures nel ’600, Massimo Fini vorrebbe tornare al Medioevo e per i più coerenti e radicali come John Zerzan, l’ideologo del movimento no global, il casino è cominciato nel Neolitico con l’agricoltura. Si stava meglio al tempo dei raccoglitori-cacciatori, quando Natura offriva tutto spontaneamente e l’uomo non aveva bisogni superflui. In realtà tutte le diverse teorie della decrescita e le loro applicazioni non sono incompatibili con la modernità e la globalizzazione: in una società liberale e capitalista nessuno impedisce a Zerzan e adepti di andare nei boschi, a Latouche di seguire la “logica del dono” e non quella del profitto (i suoi libri seguono la seconda), a Vandana Shiva di coltivare e consumare biologico, basti pensare a come negli Stati Uniti convivano la Silicon Valley e le comunità Amish. Il problema sorge quando i “decrescenti” attraverso le leggi e la forza statale vogliono impedire a tutti gli altri di crescere, perché “senza lo sviluppo delle forze produttive – scrivevano due sviluppisti come Karl Marx e Friedrich Engels nell’“Ideologia tedesca” – si generalizzerebbe soltanto la miseria e col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda”.

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.