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Irap ovvero il mostro di Frankenstein

Irap ovvero il mostro di Frankenstein

Pubblicato su Libero martedì 28 ottobre

Parafrasando un noto cantautore, si può dire che siamo quelli tra slide e realtà. E la realtà dei numeri della Legge di stabilità è molto diversa dalle slide colorate proiettate dal premier. La cosa più sorprendente che si trova in una Legge di stabilità che annuncia una riduzione della pressione fiscale nel 2015 è un aumento delle tasse nel 2014. Il governo, in barba allo Statuto del contribuente e ai principi basilari dello “stato di diritto”, ha aumentato retroattivamente l’Irap per il 2014: l’aliquota sale dal 3,5% al 3,9% annullando la riduzione del 10% dell’Irap che era stata approvata solo pochi mesi fa, un’operazione che porterà nelle casse dell’erario oltre 2 miliardi di maggiori entrate. In sostanza il governo aumenta quest’anno l’imposta che promette di ridurre l’anno prossimo, un annuncio che perde molta della sua credibilità se a farla è chi si rimangia retroattivamente le promesse. Il problema è che di quella riduzione dell’Irap il governo non si è rimangiato tutto. Il governo Renzi aveva dichiarato di coperire la riduzione del 10% dell’Irap attraverso un aumento del 30% della tassazione sulle rendite finanziarie, portando l’aliquota dal 20% al 26%. Risultato: lo sconto sull’Irap è stato eliminato, mentre le maggiori tasse sui risparmi sono rimaste, a un livello che neppure Rifondazione Comunista ai tempi dell’Ulivo aveva mai osato proporre.

Per quanto riguarda l’Irap, il governo si propone di eliminare a partire dal 2015 il costo del lavoro dalla base imponibile, un provvedimento richiesto da tempo dalle imprese e che porterà 5 miliardi in meno nelle casse del Fisco. Questa operazione però dovrà portare a una riflessione sull’Irap, un’imposta che nel corso degli anni ha suscitato molte polemiche tra fautori ed oppositori sin dalla sua introduzione, ma che aveva una sua ratio. La spiega a Libero Ruggero Paladini, docente di Scienza delle Finanze alla Sapienza, considerato con Vincenzo Visco uno dei padri dell’Irap: “L’idea originaria era quella di sostituire tutta una serie di imposte e contributi con una singola imposta, che fosse neutrale rispetto a tutti i fattori produttivi e che avesse un’aliquota bassa e un’ampia base imponibile”. Lo scopo dell’Irap era quindi la semplificazione del sistema tributario – cosa che in effetti è avvenuta – e il finanziamento della spesa sanitaria regionale nell’ottica del nuovo sistema federale.

Nel corso degli anni però l’Irap è stata continuamente ritoccata con esenzioni e agevolazioni che ne hanno mutato la natura, fino ad arrivare all’intervento di Renzi che elimina del tutto la componente lavoro, uno dei tre piedi insieme ai profitti e agli interessi passivi su cui si reggeva l’imposta: “È un ulteriore stravolgimento dell’impianto originario”, dice Paladini. “Anziché andare verso un allargamento della base imponibile e una riduzione dell’aliquota, si è andati verso una progressiva riduzione della base imponibile”. Paladini comprende l’impostazione del provvedimento, “che insieme al Jobs Act e alla decontribuzione dovrebbe incentivare le assunzioni a tempo indeterminato”, ma è piuttosto scettico sugli effetti concreti. Dopo tutte queste modifiche l’Irap non serve più neppure allo scopo per cui era stata introdotta, visto che nel tempo a una diminuzione del gettito è corrisposto un aumento della spesa sanitaria: “Con l’eliminazione della componente salariale è chiaro che non c’è proprio più questo legame con il finanziamento della sanità regionale”. Oltre a chi l’ha sempre avversata, questa Irap, così com’è, pare non piacere neppure a chi l’ha ideata. Non sarà arrivato il momento di abolirla? Perso ormai ogni presupposto logico e teorico, l’Irap si giustifica ormai per il solo fatto di esistere, per quei 20 miliardi di spesa pubblica che continuerà a finanziare: è questa la forza che permette alle imposte di sopravvivere anche quando non hanno più senso.

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.