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Intervista a Lilian Tintori: “È Nicolás Maduro che tiene in carcere Leopoldo, non la giustizia”

Intervista a Lilian Tintori: “È Nicolás Maduro che tiene in carcere Leopoldo, non la giustizia”

Pubblicato su Il Foglio sabato 24 gennaio con il titolo
Così il Venezuela di Maduro reprime il dissenso politico

“Sono molto contenta della prima intervista con un giornale italiano, il Venezuela ha bisogno del vostro appoggio”. Anche Lilian Tintori come tantissimi venezuelani ha sangue italiano, suo padre è originario di Modena. Da un anno gira il mondo per chiedere la liberazione del marito, Leopldo López, il leader dell’opposizione venezuelana arrestato lo scorso febbraio in seguito alla “Salida”, un lungo periodo di proteste che chiedeva le dimissioni del governo. López venne arrestato per le sue dichiarazioni che, seppur non avessero alcun contenuto violento, gli sono valse l’accusa di associazione a delinquere, intimidazione pubblica, incendio, lesioni e terrorismo. Rischia fino a 13 anni di reclusione. La sua protesta continua dal carcere via Twitter, non partecipa alle udienze perché si considera un prigioniero politico e per questo verrà processato in contumacia: “Leopoldo non si è presentato – dice al Foglio la moglie Lilian Tintori – perché la Corte d’appello non risponde alle dichiarazioni dell’Onu che ne chiedono la liberazione. L’Onu si è pronunciata tre volte, attraverso il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria, l’Alto commissariato per i diritti umani e il Comitato contro la tortura e sempre ha chiesto la liberazione immediata del prigioniero politico Leopoldo López. Ma non viene liberato perché è il presidente Nicolás Maduro a tenerlo nel carcere militare di Ramo Verde non la giustizia. Il processo è assurdo, non c’è una prova né un testimone. Niente”.

Il momento dell’arresto di Leopoldo López

Lilian era una sportiva, campionessa nazionale di kitesurf, modella e volto televisivo, e di colpo si è ritrovata nell’agone politico e nella lotta per i diritti umani dopo l’arresto del marito. Una sorte comune ad altre mogli di sindaci e amministratori, catapultate in politica dopo l’arresto negli stessi giorni dei loro mariti: “Vorremmo fare la vita di tutti i giorni, stare con la nostra famiglia, accompagnare i figli a scuola, ma non è possibile. Le donne venezuelane sono forti – dice con piglio deciso Lilian – penso sempre alla mamma di Bassil da Costa, che ha visto suo figlio ucciso nelle manifestazioni di febbraio. Mi ispiro a María Corina Machado, perseguitata con accuse false dal regime, a Rosa Scarano e Patricia Ceballos che si sono candidate al posto dei propri mariti arrestati e sono state elette con più consensi di loro”. In prigione non c’è solo suo marito: “I detenuti politici per le proteste di febbraio sono 63, ci sono centinaia di persone in carcere nelle stesse condizioni. Oggi nel mio paese non c’è stato di diritto, non c’è giustizia.  Ed è per questo che Leopoldo sta lottando”.

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López ha già subito un processo nel 2008 con accuse di corruzione, da cui è stato prosciolto, ma che gli impedì di candidarsi alle elezioni. Questa volta l’arresto ha avuto anche una motivazione surreale, Maduro ha dichiarato in televisione di avergli salvato la vita perché ha scoperto che l’opposizione, cioè gli amici di Lopez, aveva pianificato il suo assassinio per poi far ricadere la colpa sul governo. Non è un complotto inedito, il “comandante eterno” Hugo Chávez ha usato questa storia nel 2006 quando il leader dell’opposizione era Manuel Rosales e nel 2012 e nel 2013 con Henrique Capriles Radonski. Quei cospiratori non sono mai stati indagati né identificati, come quelli che dovevano uccidere López: “Non è stato dimostrato nulla – dice Tintori – è l’ennesima bugia del regime, mentono da sempre. Con questa menzogna volevano dividere l’opposizione, creare sospetti, ma siamo rimasti uniti. Prima di arrestarlo il governo è venuto a casa a raccontarci questa storia, io ho avuto molta paura ma Leopoldo mi ha rassicurato, in fondo quella paura è la stessa con cui qui vivono tutti, ogni venti minuti viene ucciso un venezuelano per delinquenza e violenza. Pensavano di spaventarlo e ci offrirono la possibilità di andare via dal Venezuela”. Di esilio si è riparlato qualche giorno fa, quando Maduro ha proposto agli Stati Uniti uno scambio di prigionieri con un portoricano condannato per terrorismo: “Con la proposta di scambio Maduro riconosce che Leopldo è un prigioniero politico, quello che denunciamo da un anno. Vogliono eliminarlo politicamente, che Leopoldo se ne vada, ma non ce ne andremo mai. Non è la lotta di una persona, ma di un popolo che chiede diritti e libertà. Stanno arrestando persone perché fotografano gli scaffali vuoti dei negozi, per le proteste nelle code di 7-8 ore per comprare da mangiare. Il sistema è fallito”.

Leopoldo e Lilian pochi minuti prema dell’arresto

La crisi del Venezuela è soprattutto economica, il pil è sceso del 3 per cento (dato peggiore del Sud America), l’inflazione ufficiale è al 65 per cento e da anni c’è carenza di beni essenziali. Il “Socialismo del XXI secolo” edificato da Chávez si è sbriciolato con il crollo del petrolio, l’unica fonte di ricchezza in un paese in cui è stato distrutto ogni altro settore produttivo. Maduro ha annunciato il quinto sistema di cambio in dodici anni (c’è una drammatica penuria di dollari) e sul prezzo del petrolio ha detto che “Dio provvederà”. Ma secondo il Fondo monetario internazionale l’aiuto della Divina Provvidenza non basterà, nel 2015 il pil calerà del 7 per cento. L’opposizione ha organizzato una manifestazione unitaria in cui ci sarà anche Henrique Capriles, l’ex candidato alle presidenziali che lo scorso anno non aveva condiviso la scelta della piazza: “Sono contenta della decisione di Henrique, ora l’opposizione è più unita di prima. Il progetto di Leopoldo di una “salida” pacifica e democratica è più vivo che mai, se nel 2014 era urgente ora è imprescindibile”. Non sarà facile mandare via il governo, ma il difficile arriverà dopo, quando si dovrà mettere a posto una situazione economica disastrosa. L’opposizione sarà in grado di farlo? “Maduro deve dimettersi perché il sistema è fallito e il paese è in rovina. Non ci sarà alcuna vendetta, dobbiamo creare un sistema migliore per tutti, per i chiavisti e per gli altri. Leopoldo studia da anni, è un esperto del settore petrolifero, conosce i problemi economici e sa come risolverli. Insieme a lui ci sono tanti leader preparati, l’opposizione è pronta da tempo, ma adesso sono tutti i venezuelani a volere questo cambiamento. E chi può farlo se non chi da anni lavora per cambiare il sistema?”.

 

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.