Economia
Il vero reddito di cittadinanza è quello di Milton Friedman, altro che M5S e Sel. Intervista a Nicola Rossi

Il vero reddito di cittadinanza è quello di Milton Friedman, altro che M5S e Sel. Intervista a Nicola Rossi

Pubblicato su Public Policy venerdì 20 marzo

Il Movimento 5 Stelle e Sel hanno lanciato due proposte di “reddito di cittadinanza”, come viene comunemente definito, ma in realtà si tratta di un reddito minimo garantito, ovvero di una forma di sussidio destinata a tutte le persone al di sotto di un certo reddito che per il M5S è di 9.360 euro annui e per Sel 7.200. Chiunque sia al di sotto di questa soglia riceverà dallo Stato un’integrazione fino ad un massimo di 780euro mensili per il M5S e di 600euro per Sel. Questo reddito viene commisurato anche al numero di componenti all’interno di una famiglia e può arrivare ad un massimo di 3.120euro nella proposta del M5S e di 1.900euro in quella di Sel (si parla di nuclei familiari rispettivamente di 7 e 5 componenti). Questo reddito ha alcuni limiti di età e alcuni obblighi come l’impossibilità di rifiutare un tot di offerte di lavoro trovate dai centri per l’impiego. Per capire come funziona, cosa comporta e se il “reddito di cittadinanza” sia una proposta fattibile e a quali condizioni, ne abbiamo parlato con Nicola Rossi, economista dell’università Tor Vergata. 

Cos’è il “reddito di cittadinanza” e come dovrebbe funzionare?
Dipende molto da cosa si ha in mente. In realtà il reddito di cittadinanza è una cosa molto semplice, anche se non facile da attuare, e consiste nello stabilire il principio che una determinata somma di denaro viene assegnata a tutti. Questo nella versione originaria,  mentre nelle versioni che circolano adesso solo alle persone al di sotto di un certo livello di reddito. Nell’ipotesi originaria il reddito di cittadinanza si sposa con un sistema fiscale con un’aliquota unica e diventa la modalità con cui si applicano le detrazioni, con un elemento aggiuntivo importante: alle persone incapienti, cioè che non hanno un carico fiscale tale per cui le detrazioni possano agire, viene restituita una somma di denaro pari alla differenza tra il livello fissato e ciò che l’individuo si ritrova dopo il pagamento delle tasse.

Detto in parole povere è una specie di aliquota negativa, l’ipotesi proposta a suo tempo da Milton Friedman?
Esattamente, è un’imposta negativa, che però ha la caratteristica di sostituire tutte le attuali detrazioni, altrimenti una soluzione di questo genere non è pensabile. Sostanzialmente sostituisce a tutto l’attuale sistema di detrazioni con un unico trasferimento che viene dato a coloro i quali sono capienti come riduzione delle imposte e a coloro sono incapienti come assegno. Naturalmente un’operazione di questo genere funziona  solo se l’aliquota unica fiscale non è molto bassa, altrimenti la perdita di gettito sarebbe insostenibile per lo Stato. Così l’operazione ha un suo senso perché unisce un sistema fiscale più semplice con un reale aiuto al problema della povertà, ma con un’avvertenza: se il trasferimento della somma di denaro avviene in maniera incondizionata a chi non ne dispone ci sarà un incentivo fortissimo a non lavorare.

Le proposte del M5S e di Sel, oltre ai 600 o 780 euro mensili, prevedono anche ulteriori sussidi per la casa, il trasporto pubblico, i servizi sociali, la cultura e agevolazioni sanitarie. Cosa può comportare inoltre introdurre questo “reddito di cittadinanza” o reddito minimo senza una riforma fiscale?
La realtà dei fatti è che quello del M5S e di Sel non è un reddito di cittadinanza, è una cosa diversa, è un trattamento assistenziale. Si può discutere sull’efficacia dei trattamenti assistenziali attuali e non metto in dubbio che ci sia bisogno di una riforma, ma è una cosa che non ha niente a che fare con il reddito di cittadinanza. C’è un elemento di forza in questa maniera di vedere le cose, che è quello di condizionare il trasferimento ad una serie di eventi, come non rifiutare offerte di lavoro, perché evita che le persone abbiano un incentivo a non far nulla. Ma rimane un trattamento assistenziale condizionato.

Bisognerebbe rivedere complessivamente l’intero sistema fiscale?
Il reddito di cittadinanza ha senso solo se si rivede il sistema fiscale, altrimenti diventa una cosa ingestibile. Il punto però è che se noi spostiamo l’ottica dalla semplificazione del sistema fiscale a un diverso trattamento assistenziale, allora la domanda viene spontanea: la maniera migliore per combattere la povertà passa dai trattamenti assistenziali? Perché se il problema è combattere la povertà, allora la strada maestra è far lavorare le persone, quindi costruire un mercato del lavoro che consenta di essere occupati. Il pericolo di povertà è particolarmente elevato nelle famiglie in cui si perde un reddito e la soluzione in questi casi non è un trattamento assistenziale, ma quella di far sì che il tempo del passaggio da un lavoro a un altro sia minimo.

Una volta stabilito che questa protezione universale sia giusta, non è un problema secondario stabilirne l’entità. Oltre al problema delle coperture, non c’è un rischio che un assegno così alto disincentivi le persone dalla ricerca del lavoro o le incentivi a trovarne uno in nero per integrare lo stipendio?
Se sono quelle che ho sentito le coperture non esistono. Se fossero conseguenti con la proposta dovrebbero azzerare tutti i trattamenti assistenziali, altrimenti si tratta di un costo esorbitante se aggiuntivo. Quanto a disincentivare il lavoro, è già quello che succede: buona parte del sud non è che non lavori, è che lavora in condizioni non accettabili e a livelli retributivi bassi, oppure non lavora perché in qualche maniera attinge alle risorse pubbliche che vengono scaricate sul Mezzogiorno. Per questo dico che la soluzione se il tema è assistenziale  è fare in modo che la gente possa lavorare e l’entità del sussidio conta, c’è gente che per portare 800euro al mese a casa lavora 10 ore al giorno, io starei attento al messaggio che si dà.

Ma l’idea è proprio che con un sussidio così alto non ci saranno più stipendi bassi e si potranno finalmente accettare solo lavori ben retribuiti.
Il problema è che non è detto che poi si lavori a stipendi più alti, la conseguenza finale potrebbe essere semplicemente che non si lavora. Del resto abbiamo avuto in questo paese una grande esperienza nel campo dei trattamenti assistenziali, ne abbiamo inventati di tutti i colori, ma continuiamo ad avere dei livelli di povertà e disuguaglianza che rispetto ad altri paesi europei non sono proprio così bassi. E dai presupposti questo trattamento assistenziale non mi sembra particolarmente diverso.

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.