Economia
Il pirata Rampini e l’isola del tesoro

Il pirata Rampini e l’isola del tesoro

Federico Rampini è uno dei giornalisti italiani più famosi. Ci aggiorna puntualmente su cosa scrive la stampa estera, prevalentemente statunitense, si occupa di economia e pubblica libri di successo, spesso viene invitato a spiegare la crisi e commentare le dinamiche economiche internazionali. È insomma considerato uno dei divulgatori economici più autorevoli, o quantomeno più famosi. Ieri era ospite di Omnibus su La7, e parlando dei problemi economici dell’Italia si è scagliato in una dura requisitoria contro il Regno Unito, accusato di avere tasse troppo basse e di rubare le imprese al nostro paese. Dice il giornalista:

Londra è il posto in cui le aziende spostano la loro sede per pagare meno tasse, stiamo parlando di un paradiso fiscale che fa concorrenza sleale ad altri stati dell’Unione Europea rubando le imprese. È uno “Stato pirata” che con la sua concorrenza sleale non ci fa trovare le risorse per la crescita.

Non solo un “paradiso fiscale” (che come comunque resta preferibile a un inferno fiscale), ma addirittura  uno “Stato pirata“, che dovrebbe essere obbligato ad alzare le tasse allo stesso livello degli stati “leali”, come l’Italia. Il ragionamento di Rampini, che trova l’assenso degli ospiti in studio, se ascoltato o letto bene è un ragionamento malato. Si basa sull’idea che le imprese siano dello Stato (o della nazione, dell’Italia) e che vengano “rubate”, non che siano dei proprietari che le trasferiscono liberamente. Forse Rampini non si è reso conto che negli ultimi anni, oltre alle aziende, la Gran Bretagna ci sta “rubando” anche i lavoratori: sono gli italiani che lasciano il Belpaese per trovare un lavoro decente, per costruirsi una vita affettiva e professionale, per migliorare le proprie condizioni, per avere un futuro. Per gli stessi motivi delle imprese. Nel 2013 sono stati circa 13mila gli italiani “rubati” dagli inglesi, il 70% in più rispetto al 2012, si tratta di una deportazione, di una extraordinary rendition di massa (altro che Abu Omar) per cui Rampini dovrebbe chiedere di trascinare la regina Elisabetta davanti al tribunale dell’Aja. Basta un po’ di buon senso per capire che non c’è nessun furto e nessun rapimento, solo la libera scelta di persone ed operatori economici di spostarsi dove conviene, dove c’è la possibilità di un futuro migliore, quel “votare con i piedi” che era ed è impedito nei paesi dove le imprese e i cittadini sono considerati proprietà dello Stato (e nessuno può rubarli).

Pur accettando i presupposti di Rampini, ciò che lascia sbalorditi sono le conclusioni a cui giunge. Se pensi che il Regno Unito sia più ricco (e noi più poveri) perché ha una bassa pressione fiscale per “rubare” le imprese agli altri paesi, la logica conclusione sarebbe dire: “Facciamo come loro!”. E invece no: “Armonizziamo le imposte”, cioè alziamole anche in Gran Bretagna e in ogni altra parte del mondo in cui ci siano altri “stati pirata” con tasse più basse delle nostre. È evidente che non è una scelta razionale né fattibile, come è evidente che non è scritto da nessuna parte che il giusto livello di tassazione sia quello imposto dallo stato italiano (anzi, i risultati tendono a dimostrare il contrario).

Ma a prescindere dalle considerazioni sul giusto o preferibile livello di pressione fiscale (ogni stato decide liberamente, facendo assumere ai suoi cittadini tutte le conseguenze, i vantaggi e gli svantaggi), ciò che è fallace nel Rampini-pensiero è proprio il suo concetto di concorrenza, leale o sleale che sia. Secondo questa impostazione c’è “concorrenza leale” se le tasse sono uguali. Ma le tasse non sono l’unica variabile che rende attrattivo e produttivo un paese, c’è la qualità dei servizi pubblici, delle infrastrutture, del sistema scolastico, della burocrazia. E anche se si riuscisse ipoteticamente ad equiparare tutti questi parametri, resterebbero le differenze geografiche e culturali. Quando Rampini sarà riuscito a fare tutto uguale, resterà il fatto che in Italia c’è più sole che in Gran Bretagna e sarà più conveniente coltivare in Puglia che in Scozia. Concorrenza sleale! Quando sarà riuscito a oscurare il sole pugliese per le ore e l’intensità necessarie a mettersi al livello scozzese, resta il fatto che per gli italiani sarà più facile trasportare le merci via terra. Che proponiamo, una colata di asfalto sulla Manica? Per non parlare del turismo: è concorrenza leale se tu hai la Costiera Amalfitana e loro Blackpool? E vogliamo mettere la criminalità organizzata? Quando avremo lo stesso livello di tasse, ma le imprese decideranno comunque di andare a Londra perché in Italia c’è la ‘ndrangheta che faremo, impianteremo le ‘ndrine a Chelsea per ottenere una “concorrenza leale”?

Aldilà della retorica anticoncorrenziale e anticapitalista sugli “stati pirata”, la verità è tutta raccontata in un grafico pubblicato pochi giorni fa nel rapporto annuale Doing Business 2015 (il nome dice tutto) della Banca Mondiale.

Rampini, che proprio recentemente ha pubblicato il libro “All you need is love – L’economia spiegata con le canzoni dei Beatles”, dovrebbe ricordare che c’è stato un tempo lontano in cui la Gran Bretagna ha adottato la via italiana all’economia, che tra l’altro stava producendo lo stesso risultato, il declino. Era il periodo in cui George Harrison scriveva Taxman contro l’aliquota al 95% imposta dal governo socialista di Harold Wilson. Una quindicina di anni dopo arrivò una signora a cambiare le cose, ma questa è un’altra storia.

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.