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Il nemico del mio nemico è mio nemico

Il nemico del mio nemico è mio nemico

Dopo la tremenda dichiarazione di qualche giorno fa, quel “We don’t have a strategy yet” che rischia di diventare l’epitaffio della sua presidenza, Barack Obama ha trovato finalmente una “strategia” per “indebolire e distruggere l’Isis“: costruire un’ampia coalizione internazionale contro il Califfato, raid aerei in Iraq e Siria, appoggio alle forze curde e irachene sul campo, lavoro di intelligence per evitare attentati e infine aiuti umanitari. Ma non è detto che avere una strategia sia necessariamente meglio che non averne affatto.Fino a qualche mese fa Assad era il nemico numero uno dell’Occidente in Medio Oriente, Obama sembrava ad un passo dal bombardare la Siria e gli Stati Uniti appoggiavano gli sforzi delle opposizioni siriane per ribaltare il regime. Pochi mesi dopo l’Isis, una delle fazioni che combattevano Assad, ha edificato uno Stato criminal-islamista, iniziato a terrorizzare e massacrare le minoranze religiose e scannare ostaggi occidentali. La risposta di Obama è stata inevitabilmente quella di bombardare lo Stato Islamico, insieme (o quantomeno contemporaneamente) ad Assad. La minaccia del Califfato islamista ha fatto passare in secondo piano vecchie rivalità e inimicizie, anche i rapporti con l’Iran sono cambiati, i terroristi sunniti dell’Isis sono una pericolosa minaccia anche per il regime sciita e così il nemico comune ha avvicinato Washington e Teheran: nei giorni passati si era parlato addirittura di una cooperazione tra le forze militari iraniane e statunitensi (ipotesi poi smentita dai ministri degli esteri di entrambi i paesi).

In pratica gli Stati Uniti intervengono al fianco degli stessi governi contro cui volevano intervenire pochi mesi fa. Si dirà che è la realpolitik, che la tutela degli interessi nazionali prevede che gli alleati di oggi diventino i nemici di domani e viceversa. In realtà il problema è proprio capire se i politici e gli stati siano di individuare i propri interessi e adottare le strategie adeguate. Ad esempio c’è chi come Henry Kissinger ritiene che l’Iran sia un nemico strategicamente molto più pericoloso dei tagliateste dell’Isis e quindi una vittoria americana contro il Califfato siro-iracheno potrebbe trasformarsi in una sconfitta se dalla distruzione dell’Isis uscirà rafforzato il ruolo dell’Iran in Medio Oriente.

È il paradosso dell’interventismo, spiegato così nel 1973 dal filosofo libertario David Friedman nel suo The Machinery of Freedom (L’ingranaggio della libertà, capitolo 45):

Il punto debole dell’argomento sta nell’assumere che una politica estera interventista sia comunque ben fatta – che il ministro degli esteri sia un Machiavelli o un Metternich. Perché una politica del genere possa funzionare, si deve prevedere correttamente quali nazioni saranno dei nemici e quali degli alleati fra dieci anni. Se ci si sbaglia, ci si trova inutilmente coinvolti in guerre di altri popoli, spendendo sangue e risorse per le loro battaglie, invece che per le nostre. Ci si potrebbe trovare, per fare un esempio non certo a caso, a combattere una guerra come risultato del tentativo di difendere la Cina dal Giappone; a passare i trent’anni successivi nel cercare di difendere il Giappone (e la Corea, e il Vietnam…) dalla Cina, per poi scoprire alla fine che i Cinesi sono i nostri alleati naturali contro l’Unione Sovietica.

Il problema, nel caso di una politica estera interventista, è che è molto peggio farla male piuttosto che non farla affatto. Qualcosa che dovrebbe essere fatto bene, perché valga la pena di farlo, viene attualmente gestito da quegli stessi che gestiscono il servizio postale – più o meno nello stesso modo.

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.