Economia, Politica
Grecia e quelli che “facciamo come l’Islanda!”. Siete proprio sicuri?

Grecia e quelli che “facciamo come l’Islanda!”. Siete proprio sicuri?

Pubblicato su Il Foglio martedì 7 luglio

Adesso che le trattative tra la Grecia e le “Istituzioni” si fanno sempre più complicate e la prospettiva di una rottura sempre più probabile, torna di moda la via islandese verso la felicità. “Facciamo come l’Islanda!” dice la Piattaforma di Sinistra, la fazione più marxista e anti-euro di Syriza, lo stesso slogan lanciato qualche anno fa da Beppe Grillo. “Facciamo come l’Islanda” per l’indignado collettivo vuol dire “noi il vostro debito non lo paghiamo”, ripudiare debiti ingiusti con un referendum, primato della democrazia e della politica sull’economia, “no all’austerity”, cacciare il Fondo monetario internazionale (Fmi), far pagare le crisi alle banche, arrestare i corrotti e scrivere una nuova costituzione con internet. Questo è quello che in genere si ricorda dai reportage dei media italiani, dai post di Grillo e dalle inchieste di Gad Lerner che raccontava di una “Rivoluzione islandese” capeggiata da un cantante che guidava il popolo nella rivolta contro la finanza e il liberismo. La realtà purtroppo non è quella e le condizioni dell’Islanda sono molto diverse da quelle della Grecia.

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Innanzitutto l’Islanda è un paese di circa 300mila abitanti (come il Molise), molto più piccolo della Grecia, che ha potuto fare una svalutazione senza uscire da un’unione monetaria (qualcosa di molto meno complicato del Grexit). A differenza di quello che racconta la vulgata l’Islanda non ha ripudiato il debito pubblico, ma ha rifiutato di pagare i debiti di alcune banche private fallite e poi nazionalizzate. Questa scelta ha aperto un contenzioso con i governi del Regno Unito e dell’Olanda perché molti loro cittadini erano correntisti delle banche islandesi fallite, che il governo di Rejkiavik ha dovuto almeno in parte sanare con un indennizzo. Quindi non è vero che l’Islanda ha ripudiato il debito pubblico e non è vero che non ha pagato alcun debito delle banche. Ma soprattutto ciò che non corrisponde ai sogni degli “islandesi mediterranei” è il fatto che l’Islanda si sia ripresa cacciando il Fmi e dicendo basta alle politiche di austerity. A guardare i fatti pare che sia successo l’esatto contrario. Dopo le nazionalizzazioni e la svalutazione del 2009 il debito pubblico islandese è schizzato intorno al 100 per cento sul pil e l’inflazione ha avuto una fiammata fino al 18 per cento, ma negli anni successivi, come ricordano gli economisti Scott Sumner e Mario Seminerio, il paese ha intrapreso un lungo e duro percorso di austerità. Innanzitutto dopo il crollo del suo sistema bancario Reykjavík ha chiesto e ottenuto dal Fmi un pacchetto di aiuti da circa 5 miliardi di dollari che sta pagando puntualmente (anzi, alcune rate sono state saldate in anticipo).

L’Islanda quindi non ha ripudiato il debito pubblico (come sta facendo la Grecia), non ha cacciato il Fmi (ma ha chiesto il suo aiuto) e soprattutto non ha “rifiutato l’austerity”. In questi anni la popolazione dell’isola dell’Atlantico ha affrontato una terapia di austerità tra le più dure al mondo: l’Iva è stata portata al 25,5 per cento, è la più alta del mondo (nel 2015 è scesa al 24 per cento, ma l’aliquota agevolata è salita dal 7 all’11 per cento), sono state alzate le tasse sui redditi, sulle imprese, sui patrimoni, i tagli di spesa sono stati superiori all’aumento delle tasse, a partire dagli stipendi e dal welfare: meno 13 per cento in tre anni. L’Islanda è stata l’allievo prediletto del Fmi, sta seguendo alla lettera le sue ricette, in pochi anni ha azzerato il deficit che era del 10 per cento e ha raggiunto un surplus di quasi il 3 per cento: un aggiustamento fiscale, corretto per il ciclo economico, di circa 13 punti percentuali del pil. È così che il debito pubblico è sceso in 3 anni di 15 punti, dal 101 all’86 per cento del pil, non perché è stato ristrutturato.

L’austerity islandese è seconda solo a quella della Grecia, il doppio di quella del Regno Unito e il quadruplo di quella italiana. Fare come l’Islanda quindi vuol dire fare austerity, non ripudiare il debito e gonfiare la spesa pubblica. Il problema della Grecia è che rompendo con i creditori e la Troika non potrà neppure fare “come l’Islanda”, ma sarà costretta a fare peggio, un’austerity ancora più dura. L’Islanda infatti dopo il rifiuto di una parte del debito privato delle banche ha potuto contare sull’aiuto condizionato del Fmi, mentre Atene è attualmente in default proprio per non aver pagato una rata in scadenza al Fmi. Risulta quantomeno improbabile che dopo una rottura delle trattative con i creditori e il default sul debito con il Fmi, la Grecia possa ottenere proprio da Washington altri soldi senza condizioni. Lo scenario più concreto a cui va incontro Atene dicendo “No all’austerity” è quello di trovarsi a fare austerity da sola, senza Euro, senza Fmi e senza accesso al mercato del credito. Altro che Islanda.

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.