Cultura, Economia
Economisti assaliti da letteratura e “sentiment”, ma il vecchio pil resiste

Economisti assaliti da letteratura e “sentiment”, ma il vecchio pil resiste

Pubblicato su Il Foglio sabato 5 settembre

In un periodo di grande difficoltà a interpretare la realtà attraverso i dati, gli economisti ancora non si sono messi a leggere i fondi di caffè ma cercano risposte e illuminazioni nella letteratura. Thomas Piketty nel suo bestseller, “Il Capitale nel XXI secolo”, ha cercato di spiegare le leggi fondamentali del capitalismo attraverso i romanzi di Jane Austen e Honoré de Balzac. Piketty spiega che i “Trenta gloriosi” sono una parentesi, un’eccezione della storia del capitalismo, dovuti alla distruzione del capitale avuta con le guerre mondiali e alla larga redistribuzione operata dal welfare state, mentre la tendenza odierna è quella di un ritorno al capitalismo patrimoniale, quello in cui contavano i patrimoni e i matrimoni: per avere successo è inutile studiare e lavorare sodo come papà Goriot, è molto meglio sposare una ricca ereditiera. È questo il succo del discorso che il perfido Vautrin fa a Rastignanc ed è questa la società verso cui ci stiamo muovendo: “I narratori del XIX secolo non impiegano le nostre categorie per raccontare le strutture sociali del loro tempo. Nondimeno descrivono le identiche strutture profonde, quelle di un mondo in cui solo il possesso di un patrimonio grande garantisce una vera agiatezza”, scrive Piketty.

Un altro che prima di Piketty, ma senza la stessa fortuna pop-editoriale, si era buttato sul filone letterario è Branko Milanovic, economista serbo per anni alla Banca mondiale e studioso della disuguaglianza. Nel suo libro “Chi ha e chi non ha” usa i dati reddituali e patrimoniali presenti in “Orgoglio e pregiudizio “di Jane Austen e in “Anna Karenina” di Tolstoj per ricostruire la piramide della ricchezza dell’epoca e quantificare quanti scalini si riescono a salire con un giusto matrimonio. Secondo i suoi calcoli, Anna sposando Aleksei Karenin avrebbe migliorato il suo reddito di 15 volte e dall’unione con il conte Vronskij di ulteriori 10 volte, in pratica in due colpi Anna sale 150 scalini della piramide sociale. Storia simile per Elizabeth Bennet di “Orgoglio e pregiudizio” che mette in tasca un reddito 100 volte superiore sposandosi con mr Darcy. “E ti credo che s’innamora!”, sembra dire Milanovic.

Gli economisti ci dicono che la letteratura è piena di dati utili a capire com’andava il mondo e per fare confronti con ciò che accade oggi. Ma nei romanzi non ci sono solo numeri, c’è soprattutto la descrizione della mentalità e dello spirito di un’epoca, cose altrettanto importanti in economia. E il premio Nobel Edmund Phelps nel suo “Mass flourishing” usa proprio i romanzi settecenteschi e ottocenteschi per indicare la rivoluzione culturale che è alla base dell’economia moderna, la nascita della società dell’autonomia individuale e dell’innovazione che sono poi l’oggetto del suo libro e l’origine del “fiorimento” delle società occidentali. Phelps parte addirittura da Don Chisciotte, simbolo della frustrazione di una società tradizionale senza sfide e creatività, poi passa a “Robinson Crusoe” e al suo spirito d’adattamento fino ad arrivare a “Frankenstein”, il moderno Prometeo di Mary Shelley, che lui vede non come un attacco all’innovazione, ma come la descrizione delle difficoltà ad accettarla. Phelps vede i cambiamenti della moderna economia anche in “Cime tempestose” di Emily Brontë, nei romanzi di Dickens, Thomas Mann e tanti altri.

Insomma, le star dell’economia nei libri destinati al grande pubblico fanno sfoggio di cultura classica e glielo si può concedere. Ma c’è poi chi esagera e arriva a sostituire completamente romanzi e giornali ai dati su redditi, patrimoni, prodotto nazionale e tutte quelle cose di cui generalmente si occupano gli economisti. Tre ricercatori dell’università di Warwick, in Gran Bretagna, hanno appena fatto un’“Analisi storica sul Benessere soggettivo nazionale utilizzando milioni di libri digitalizzati”. Lo studio entra in quel filone che cerca indici di misura del benessere alternativi al Pil, meno materialistici e più attenti alla “buona vita”. Ma come fare a misurare la felicità del Settecento? I ricercatori hanno usato i milioni di libri e giornali dell’epoca digitalizzati nell’archivio di Google books per fare un’analisi quantitativa del benessere in base al linguaggio usato. Hanno ricavato dai testi una specie di “sentiment”, che dovrebbe descrivere il benessere in maniera più completa del vecchio pil. I risultati sono in parte ovvi, guerre e crisi abbassano il sentiment, e in parte comprensibili, il benessere soggettivo aumenta nel breve termine quando cresce il debito pubblico (in pratica quando ci sono più spese senza nuove tasse, o meno tasse senza tagli). Ma ci sono anche evidenze paradossali, come l’effetto negativo sull’indice della democrazia che insieme alla libertà di stampa fa sentire di più proteste e lamentele: in pratica nei regimi dittatoriali con il partito unico e il controllo delle pubblicazioni il sentiment è più alto.

Passando dalla letteratura all’attualità, Mario Draghi pare invece ancora legato alle vecchie logiche e pensa a prolungare nell’Eurozona lo stimolo monetario, preoccupato per il rallentamento della crescita a causa della crisi cinese. Peccato, se anziché le previsioni del pil avesse letto ciò che dicono sull’economia i giornali di regime a Pechino si sarebbe accorto che non c’è nulla di cui preoccuparsi, il sentiment è ok.

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.