Economia, Politica
Copiamo di meno, paghiamo il doppio. Il capolavoro della tassa sulla “copia privata”

Copiamo di meno, paghiamo il doppio. Il capolavoro della tassa sulla “copia privata”

Pubblicato su Strade mercoledì 21 ottobre

Nelle settimane scorse si è parlato molto sui mezzi d’informazione della “digital tax”, dell’intenzione del governo di introdurre un’ulteriore nuova tassa per far pagare di più ai “big della rete” che fatturano sul nostro territorio. La discussione sulla nuova “digital tax” è stata talmente intensa che praticamente nessuno si è accorto o ricordato che il governo Renzi una digital tax l’ha già messa, o meglio, ha raddoppiato una digital tax esistente. Stiamo parlando del cosiddetto “equo compenso” per “copia privata”. Si tratta di un tributo che i consumatori sono costretti a pagare alla Siae sull’acquisto di un qualunque dispositivo di memoria per la possibilità di effettuare una copia privata di opere protette da diritto d’autore. In pratica ogni consumatore paga fino a 5,20 euro su smartphone, tablet e computer, fino a 20 euro sugli hard disk, fino a 9 euro sulle chiavette Usb, fino a 5 euro sulle schede e così via per tutti gli altri supporti di memoria ed è così obbligato ad acquistare un “diritto” a duplicare su questi supporti film o canzoni o altri prodotti coperti da copyright.

Si tratta quindi di una tassa preventiva o presuntiva che porta a conseguenze paradossali, perché ad esempio tutte le persone che non usano smartphone, pc o pen drive per copiare canzoni, ma magari per memorizzare i propri ricordi, si troveranno a pagare i diritti d’autore a Gigi D’Alessio e Fiorella Mannoia sui video con gli amici o sulle foto con la fidanzata. L’imposta per la “copia privata” non è stata introdotta da questo esecutivo, è un’eredità dei governi “liberali” di centrodestra e del ministro della Cultura Sandro Bondi, ma il governo Renzi l’ha raddoppiata per opera del ministro Dario Franceschini che, a differenza del suo predecessore Massimo Bray, ha di buon grado ceduto alle pressioni della Siae.

Continua a leggere su Strade

 

L’“adeguamento” non è stato di poco conto, secondo il bilancio preventivo 2015 della Siae (che ha poi il compito di redistribuire il gettito agli iscritti) nelle proprie casse pioveranno oltre 50 milioni di euro in più, un incremento del 75% visto che si passa dai 67,1 milioni del 2014 ai 117,5 di quest’anno. Una cifra enorme, soprattutto se paragonata ai numeri di altri paesi. Spulciando i dati della Cisac – la confederazione mondiale delle società di gestione dei diritti d’autore che include anche la nostra Siae – nel 2013 la raccolta globale per la “copia privata” era di 237milioni e solo la Siae incassava 67milioni, vuol dire che circa il 28 per cento della raccolta mondiale ricadeva sui consumatori italiani. Con l’aumento richiesto dalla Siae e concesso dal governo la “copia privata” italiana rispetto ai dati del 2013 varrà circa il 40 per cento della raccolta di tutto il mondo. In pratica vuol dire che per ogni euro raccolto nel mondo per i compensi per (copia privata), 40 centesimi sono pagati dai consumatori italiani.

Ma le cose stanno andando molto peggio (o meglio, dipende dal punto di vista) e per rendersene conto basta dare un’occhiata all’andamento della raccolta: secondo il Rendiconto di gestione la raccolta per la copia privata è stata di 78 milioni, circa 11 milioni in più dei 67,1 previsti, un aumento di oltre il 16%. Naturalmente il bilancio del 2014 beneficia solo in parte dell’aumento, perché le tariffe sono state ritoccate verso l’alto solo a partire da luglio. E le cose le cose quasi certamente andranno meglio  (o peggio) del previsto anche nel 2015 dato che come ha rilevato Dday “Siae, secondo i dati che la Società stessa ci ha rivelato, ha già messo a segno incassi sul fronte copia privata per ben 80 milioni di euro nel periodo gennaio-luglio 2015, con una media, quindi, di quasi 11,5 milioni al mese”. Se si proietta quindi questa media sui restanti mesi dell’anno il totale di “copia privata” pagato dai consumatori dovrebbe attestarsi tra i 130 e i 140 milioni di euro, il doppio rispetto al regime pre-adeguamento e addirittura il 25% in più di quanto preventivato dalla stessa Siae dopo l’aumento deciso dal governo.

E tutto questo avviene in un periodo di forti mutamenti tecnologici nel mercato, si pensi a come sta evolvendo il modo di ascoltare musica con l’abbandono del download e l’esplosione dello streaming con servizi come Spotify (su cui si pagano già i diritti d’autore) oppure per quanto riguarda il cinema e la tv all’arrivo di Netflix. Accade così che le persone fanno sempre meno “copie private” e il gettito dell’imposta sulla copia privata raddoppia! Sembra un errore clamoroso e una decisione ingiustificabile sotto qualsiasi punto di vista, ma in fondo l’adeguamento e gli appelli di artisti&cantanti non hanno mai avuto nulla a che fare con il diritto costoso e obbligatorio degli utenti a farsi una copia privata. Lo scopo dell’imposta, come di ogni imposta, è semplicemente quello di raccogliere quanti più soldi è possibile da tante persone disorganizzate da redistribuire a pochi privilegiati organizzati in una lobby. E da questo punto di vista la “digital tax” è stata un successo che è andato al di là di ogni più rosea aspettative, visto che oltre a un extragettito insperato non c’è stata pressoché alcuna reazione da parte della maggioranza di cittadini probabilmente inconsapevoli di pagare una tassa sui cellulari. Complimenti al governo, complimenti alla Siae: massimo risultato col minimo sforzo.

Related Posts

Comments are closed.

Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.