Cultura, Economia
Come la Cina è diventata capitalista

Come la Cina è diventata capitalista

Di recente ho letto Come la Cina è diventata una paese capitalista, l’ultima fatica del compianto premio Nobel per l’economia Ronald Coase scritta insieme a Ning Wang. Il libro è molto interessante, parla di una storia avvincente, quella del passaggio da un’economia completamente statalizzata e alle prese con le idee e le paranoie dei propri leader a un’economia mista, in cui è stato dato spazio all’iniziativa privata e alle dinamiche del libero mercato. Per quanto siamo portati a immaginare che questa transizione sia stata guidata dall’alto sotto la supervisione di Deng Xiaoping, Coase e Wang in realtà raccontano questa trasformazione come l’esito involontario di diversi rivoluzioni marginali emerse nella società e accolte e accettate dal nuovo approccio pragmatico della leadership comunista, interessata a prendere il topo più che al colore del gatto, come recita il famoso motto di Deng.

Di seguito un estratto del libro che mi ha colpito particolarmente, che fa capire cosa significava per una persona comune vivere nel comunismo edificato da Mao Tse-tung e come sia stato difficile scardinare una struttura rigidissima in cui il mercato e l’iniziativa privata erano visti ancora negli anni’80, quando cioè Mao era morto e la stagione più brutale del maoismo ormai alle spalle, come un male da estirpare.

L’attività privata nelle città era la più vulnerabile alle accuse di “crimine economico”. La storia di Nian Guanjiu, di Wuhu, nella provincia di Anhui, ne è un esempio eccellente. Nian, un analfabeta senza lavoro fisso, prima dell’inizio della riforma economica fu incarcerato due volte come venditore ambulante. Dopo la morte di Mao fu rilasciato e iniziò a guadagnarsi da vivere vendendo semi di anguria tostati. Gustosi e poco cari, erano (e sono tuttora) uno degli spuntini preferiti in Cina. Pochi anni dopo Nian sviluppò la propria ricetta per tostare questi semi di anguria, dando loro un sapore unico e delizioso. I suoi semi d’anguria divennero così famosi che le persone facevano la coda per comprarli. Per espandere la produzione Nian iniziò ad assumere altro personale oltre ai familiari. Da una prospettiva marxista si trattava di chiaro sfruttamento. Anche se nel febbraio 1979 l’Amministrazione di Stato per l’Industria e il Commercio aveva consentito ai residenti delle città senza impiego di lavorare autonomamente per opere di riparazione, servizi e artigianato, assumere dei dipendenti era proibito. La moglie di Nian temeva che il marito venisse portato nuovamente in prigione e gli chiese di abbandonare l’attività. Il caso fu portato a conoscenza di Deng Xiaoping il quale, invece di denunciare Nian, disse: “Aspettiamo e vediamo”. Nel 1980 Nian registrò il marchio dei suoi “Semi d’anguria del buffone”. Alla fine dell’anno era diventato uno dei primi dieci milionari della Cina e il suo marchio sarebbe presto divenuto uno dei marchi familiari nell’industria alimentare cinese. Tuttavia, la sua attività rimase sempre un problema politico e Deng dovette esprimersi in sua difesa e salvarlo dal carcere nel 1984 e nel 1992.

Nian fu probabilmente l’uomo d’affari più fortunato della Cina. Gli uomini d’affari di Wenzhou, nella provincia dello Zhejiang, luogo di nascita dell’economia privata cinese, non ebbero la stessa fortuna. Qui come altrove la campagna contro i crimini economici si trasformò in un malcelato assalto alle attività private. Nell’estate del 1982 otto uomini d’affari, tutti con attività private diverse, furono accusati di “arricchimento” e arrestati – anche se uno riuscì a fuggire e rimase in libertà otto mesi. Questi “criminali economici” non avevano fatto altro che trarre profitto da iniziative private. Alla fine del 1982 si erano registrati più di 16mila casi di crimini economici e più di 30mila persone erano state arrestate. In questo ambiente ostile molte attività furono costrette a passare per imprese collettive o statali. I proprietari delle aziende spesso pagavano una certa “tassa amministrativa” a una vera impresa collettiva o di Stato, oppure a un’autorità di controllo, in cambio dell’affiliazione nominale. Questa pratica fu detta “mettersi un cappello rosso“; le attività private si guadagnavano la protezione politica di cui avevano bisogno per sopravvivere in un ambiente politico inospitale.

Come la Cina è diventata un paese capitalista, Ibl libri, pp 150-151.

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.