Economia
Coldiretti mette in padella la logica per il pranzo di Natale

Coldiretti mette in padella la logica per il pranzo di Natale

Pubblicato su Strade venerdì 4 dicembre

Molti sostengono che da sempre la Coldiretti sia in grado di dettare la linea politica del ministero dell’Agricoltura (o delle Politiche Agricole e Forestali, come si chiama adesso dopo il referendum che ne ha abolito solo il nome). Una cosa sul conto di Coldiretti è certa, cioè che riesce a dettare l’agenda agli organi di informazione sui temi dell’agricoltura e dell’alimentazione: non c’è comunicato stampa che non venga preso e diffuso da tutti i media, una specie di fonte ufficial-istituzionale.

In questi giorni non è stato difficile imbattersi nei tanti articoli sulla “black list dei cibi di Natale” redatta appositamente per la conferenza sul clima in corso a Parigi. Di che roba si tratta? Coldiretti ha stilato una lista di prodotti alimentari da cui tenersi alla larga per il pranzo di Natale se veramente vogliamo salvare il pianeta: “Un chilo di ciliegie o pesche dal Cile che devono percorrere quasi 12mila chilometri con un consumo di 6,9 chili di petrolio e l’emissione di 21,6 chili di anidride carbonica, ma anche i mirtilli argentini e l’anguria dal Brasile salgono nell’ordine sul podio della black list dei cibi che sulle tavole nazionali delle feste sprecano energia, inquinano il Natale e contribuiscono all’emissione di gas ad effetto serra”.

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Questi cibi inquinano il pianeta e pure il Natale: mangi una ciliegia dal Cile? Muore una renna di Babbo Natale. Fai un piatto di pennette con il salmone dell’Alaska? Un orso polare crepa. E via di seguito con gli altri cibi della lista: fagiolini dell’Egitto, meloni della Guadalupe, asparagi del Cile, noci della California. Tutto veleno e Co2 che fanno male a Babbo Natale e a Madre Terra. “Per alcuni di questi prodotti –conclude la Coldiretti – non ci sono solo problemi per motivi ambientali ma ci sono anche perplessità di carattere sanitario”, non si dice quali perplessità e per quali prodotti ma cosa importa? E’ solo un po’ di sano terrorismo a fin di bene. Alla fine si capisce che per stare bene e “salvare il pianeta” è necessario che tutti il mondo consumi a Km zero.

Nel frattempo, in un altro dei suoi tanti comunicati ripresi da tutti gli organi di stampa la Coldiretti esulta per il successo dell’export italiano, “Made in Italy: Coldiretti, boom del 20% per pummarola italiana in Usa”: “Le esportazioni di conserve di pomodoro italiane hanno fatto registrare un aumento record del 20% delle vendite in valore negli Stati Uniti che nel 2015 sono il primo Paese di destinazione della pummarola Made in Italy fuori dall’Unione. Secondo l’analisi della Coldiretti le conserve di pomodoro sono una delle punte dell’agro-alimentare italiano, con una fortissima propensione all’export, visto che circa il 60% dei derivati è destinato ai mercati internazionali”. Forse gli associati di Coldiretti con in testa il presidente Roberto Moncalvo, tra un blocco autostradale e l’altro, consegnano pummarola a piedi o a nuoto, ma il sospetto è che l’export italiano in Usa abbia lo stesso impatto ambientale dell’importazione delle noci della California.

L’idea secondo cui gli italiani devono consumare a km zero mentre gli stranieri devono consumare italiano a km10mila forse non salverà il pianeta, ma di sicuro fa bene a Coldiretti. Ed è la stessa logica che c’è dietro i comunicati della confederazione di Moncalvo sull’olio d’oliva: “Coldiretti, Italia invasa da olio tunisino, +734% nel 2015”, è il titolo di un altro allarmante comunicato sull’”invasione” dell’olio tunisino che ruba il lavoro a quello italiano: la Coldiretti vorrebbe i respingimenti, niente importazioni. Bella la logica economica della Coldiretti che in un altro dei suoi comunicati esulta per i risultati positivi dell’olio d’oliva italiano sui mercati esteri, “Coldiretti, olio d’oliva sale a 3 mld, la metà da export”: ““L’aumento costante del consumo di olio di oliva che nel mondo ha fatto un balzo del 50 per cento negli ultimi 20 anni apre grandi opportunità che il Made in Italy deve saper cogliere”.

Quindi, ancora una volta, no alle importazioni e sì alle esportazioni. Ma il problema nel caso dell’olio d’oliva è che l’Italia ne consuma molto di più di quanto ne riesce a produrre, nel 2014 la produzione è stata inferiore alle 300mila tonnellate mentre il consumo supera strutturalmente le 600mila tonnellate annue. In un contesto in cui si produce la metà dell’olio che si consuma, bisogna ridurre le importazioni, aumentare le esportazioni e nel frattempo, come sempre suggerisce Coldiretti, aumentare pure i consumi. Non si sa come le cose riescano a stare tutte insieme, ma di certo vanno tutte nella stessa direzione che è quella di provare a far salire i prezzi e i margini a favore dei produttori, finché c’è chi queste storie se le beve. Ciò che non si comprende bene è la logica di chi le prende sul serio e continua a diffondere quei comunicati senza alcuna verifica o giudizio critico.

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.