Economia
Austerità in Sudamerica

Austerità in Sudamerica

Pubblicato su Il Foglio venerdì 9 gennaio con il titolo
All’America Latina avrebbe giovato una cura di austerità

Dallo scoppio della crisi nel 2008 ci siamo abituati a vedere un mondo in rapida crescita e la vecchia e stanca Europa alle prese con recessione, austerità e riforme strutturali. Ma l’anno appena concluso ci ha consegnato un altro continente che probabilmente in questi anni ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, l’America Latina. Nel 2014, dopo oltre un decennio di grande espansione economica e di riduzione della povertà, il continente è cresciuto appena dell’1 per cento, un livello simile a quello europeo, a fronte di una crescita globale del 3 per cento e di circa il 5 per cento per i paesi in via di sviluppo. Per il Sud America è il dato più basso degli ultimi 5 anni e, escluso il 2009 post crisi globale, il peggiore in 12 anni. Ovviamente i dati sono variegati. In paesi come Bolivia, Ecuador, Paraguay e Colombia il Pil continua a crescere del 4-5 per cento, ma per tutti, a parte la Colombia, i tassi di crescita sono in contrazione. A tirare giù la media sono soprattutto le performance negative di tre stati che messi insieme fanno quasi la metà della popolazione sudamericana, il Brasile che è in stagnazione (più 0,2 per cento) e l’Argentina e il Venezuela che sono in recessione (rispettivamente meno 0,6 e meno 3 per cento). Il calo complessivo dipende sicuramente dalla congiuntura globale, dal rallentamento della crescita cinese, dal calo dei prezzi delle commodities e dal crollo del prezzo del petrolio che per anni hanno trainato la crescita, a cui si aggiunge il lento riassorbimento delle misure non convenzionali di politica monetaria della Federal Reserve di cui l’America Latina ha beneficiato in questi anni.

Con la fine di questa congiuntura estremamente favorevole che per anni ha prodotto la crescita, gonfiato i bilanci pubblici e finanziato il populismo fiscale di molti governi, i nodi strutturali sono venuti al pettine: scarsa competitività, corruzione, interventismo statale, inflazione, pessima qualità di infrastrutture, istruzione e servizi pubblici. Lo stato messo peggio è il Venezuela la cui economia dipende integralmente dalle esportazioni di petrolio e che, con un prezzo sotto i 50 dollari al barile, è praticamente in bancarotta. Con l’inflazione al 65 per cento (oltre il 90 per cento per gli alimenti e i beni essenziali) Caracas non può più continuare a finanziare la sua spesa e le sue inefficienze stampando moneta, e anni di politiche folli di spesa sull’onda del boom petrolifero stanno presentando il conto. Il presidente Nicolás Maduroincapace di mettere mano a una situazione disastrosa e impotente di fronte alla scelta dell’Arabia Saudita di tenere basso il prezzo del greggio, si è buttato tra le braccia della Cina che continuerà a finanziare chissà fino a quando il Venezuela in cambio di petrolio. In una condizione simile è l’Argentina, a lungo elogiata insieme al Venezuela per le sue “politiche alternative”, tagliata fuori dai mercati internazionali di credito dopo l’ennesimo default, con la disoccupazione in aumento e l’inflazione ufficiale raddoppiata in un anno e ora vicina al 25 per cento.

Ma ciò che desta maggiore preoccupazione è lo stato di salute del Brasile, la locomotiva del continente, per due trimestri in recessione e ora in leggera crescita solo grazie all’aumento pre-elettorale della spesa pubblica. Il secondo mandato di Dilma Rousseff sarà molto più difficile del primo, gonfiato dal vento favorevole del prezzo delle materie prime: il paese ha un diffuso problema di corruzione (ultimo è il caso Petrobras che coinvolge i piani alti del governo e del partito della Rousseff), una pressione fiscale elevata, interventismo pubblico e burocrazia che hanno fatto crollare gli investimenti e inflazione in salita. Dilma ha cercato di rassicurare i mercati nominando come ministro delle Finanze Joaquim Levy, uno stimato economista con studi a Chicago, che avrà il compito di tagliare la spesa e mettere mano all’inefficiente sistema di sussidi brasiliano per avvicinarsi al pareggio di bilancio. L’altro fronte su cui il governo dovrà lavorare è l’aumento della produttività, l’unico modo per fa crescere il pil in un paese (e in un continente) dove il tasso di disoccupazione è basso. In due parole: austerità e riforme strutturali.

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.