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25 anni dalla Bolognina, fu vera svolta?

25 anni dalla Bolognina, fu vera svolta?

Oggi è il 25° anniversario della Svolta della Bolognina, meglio conosciuta come “Bolognina” e basta, forse perché non fu poi una grande svolta. La Bolognina segna l’inizio di quel processo che porterà allo scioglimento del Partito comunista italiano e alla nascita del Pds. “Io capii subito che non eravamo più nello stesso mondo di prima”, ha ricordato in questi giorni l’allora segretario del Pci e artefice della “svolta” Achille Occhetto. Ma cos’era successo? Tre giorni prima, il 9 Novembre 1989 era caduto il Muro di Berlino e con esso il socialismo reale, la Guerra Fredda e tutto ciò che ne consegue. Occhetto, che è un tipo sveglio, si accorge che il mondo è cambiato e come gli anti-fascisti del 26 aprile “capisce subito”, tre giorni dopo l’abbattimento del Muro, che è necessario seppellire il socialismo reale, un cadavere da diversi anni in putrefazione.

Il Pci ha una lunga tradizione nel riconoscere e accettare la realtà diversi anni dopo gli altri, è così per la sua opposizione all’ingresso dell’Italia nella Nato, nella Cee e nello Sme, alla costruzione dell’Autostrada del Sole e perfino all’introduzione della tv a colori, tutte invenzioni e artifici del perfido capitalismo neoliberista per opprimere il proletariato, per non parlare della rivolta d’Ungheria del ’56, considerata un rigurgito del fascismo reazionario, dei dissidenti nell’Est Europa, della Primavera di Praga e chi più ne ha più ne metta. Il Pci riconosce a fatica dopo anni che forse le cose non stavano così, che forse avevano ragione gli altri. Nel caso del crollo del Muro di Berlino i tempi di reazione sono più rapidi, arrivano sempre dopo, ma di qualche giorno e non qualche anno. La svolta non è repentina, d’altronde non si può cambiare nome dalla sera alla mattina se per decenni sono stati bollati come “socialfascisti” tutti quelli che hanno detto, anche a sinistra, che forse non era il caso di ispirarsi nel nome e nel simbolo all’Unione Sovietica. Quindi il Pci parte lentamente e nei giorni immediatamente successivi alla caduta del Muro, a chi chiede di cambiare il nome, risponde che proprio non se ne parla. Ma il 12 novembre Occhetto, fulminato sulla via di Bologna, “capisce subito” che qualcosa è cambiato e dice: “Bisogna inventare nuove strade”. Si capisce che i tempi sono cambiati e i comunisti di fine anni ’80 non sono più contro l’autostrada, ma che vuol dire? Cambierete nome? “Tutto è possibile”, risponde il segretario.

Da questo momento il “piè veloce Achille” guida il suo Comitato Centrale verso la “svolta”, un rapido processo di rifondazione attraverso due congressi della durata complessiva di un anno e tre mesi, che porta nel febbraio del 1991 tra lacrime, dolori e accuse reciproche alla chiusura del Pci, ma non all’abbandono del simbolo che resta in piccolo con la sua bella falce&martello sotto la Quercia del Pds. Questa è la “svolta” del più grande partito comunista dell’Occidente: quindici mesi per abbandonare il comunismo dopo la caduta del Muro di Berlino. Prima del partito comunista italiano si sciolgono il:

  • Partito comunista ungherese (Psou) – dicembre 1989
  • Partito comunista rumeno (Pcr) – dicembre 1989
  • Partito comunista polacco (Poup) – gennaio 1990
  • Partito comunista tedesco orientale (Sed) – febbraio 1990
  • Partito comunista bulgaro (Pcb) – aprile 1990

Mentre i comunisti italiani decidono cosa fare del nome del partito, in tutti i paesi dell’est ci sono elezioni democratiche e in Germania fanno in tempo, in meno di un anno, a tenere le prime elezioni democratiche nell’Est e a riunificare le due Germanie. Il “Giorno della riunificazione”, il 3 ottobre 1990, il Pci è ancora lì. I comunisti italiani fanno giusto in tempo a cambiare nome prima del Partito comunista albanese dello stalinista Enver Hoxha, che si scioglie nel giugno 1991, e qualche mese prima del crollo del Pcus e dell’Unione Sovietica, agosto 1991.

Il Pci nasce nel 1921 con l’adozione delle “21 condizioni di Lenin” approvate dal Comintern nel 1920 e sposa la causa dell’Unione Sovietica praticamente fino alla sua fine, nel 1991. Settant’anni. Ora sicuramente c’è chi dirà che la storia del Pci è una storia gloriosa, democratica e completamente differente da quella dell’Urss, che c’è stato lo “strappo”, l’eurocomunismo e tante altre cose del genere, ma tutti sanno che si tratta di sciocchezze. E i primi a saperlo sono gli ex comunisti. D’altronde se la loro storia fosse stata gloriosa e completamente distinta da quella di Mosca, non si capisce perché abbiano deciso di cambiare nome dopo il crollo del Muro di Berlino e poco prima del crollo dell’Urss.

Per capire quanto il Pci fosse legato ideologicamente, prima che economicamente e politicamente, all’Urss basta rileggere una dichiarazione del segretario Enrico Berlinguer. Non parliamo delle parole cariche di sofferenza e disperazione pronunciate dal giovane segretario della Fgci alla morte di Stalin nel ‘53 (“A nome della gioventù italiana assumiamo solenne impegno di dare tutte le nostre energie per tenere sempre alta la bandiera di Stalin”), ma quelle del segretario del Pci nel 1979:

Una delle forme in cui la campagna anticomunista si esprime è quella che chiamerei degli ultimatum ideologici: “Se non rinunciate a Lenin dall’A alla zeta, se non rompete i vostri rapporti con il Pcus, non siete occidentali ma asiatici”. E credete che si fermino a questo? No. Perché dal ripudio di Lenin si dovrebbe passare a quello di Marx; dalla rottura con Pcus si dovrebbe passare a riconoscere che la Rivoluzione proletaria d’ottobre è stata un puro errore; e magari, risalendo nella storia, si dovrebbe riconoscere che la Rivoluzione francese sarebbe stato meglio se l’avessero fatta i soli girondini e non vi fossero stati i giacobini. E tutto questo ancora non basterebbe. Perché alcuni dei nostri critici pretendono che noi buttiamo a mare non solo la ricca lezione di Marx e di Lenin, ma anche l’elaborazione e le innovazioni ideali e politiche di Gramsci e di Togliatti. E poi, di passo in passo, dovremmo giungere fino a proclamare che tutta la nostra storia – che ha anche le sue ombre – è stata solo una sequela di errori».

Oggi, a 25 anni dalla Bolognina, sarebbe il caso di chiudere questo capitolo, sarebbe ora che qualche ex dirigente comunista, coerentemente con le parole di Berlinguer, ammetta che tutta la storia del Pci “è stata solo una sequela di errori”. Se non lo fa nessuno cambia poco: come nel caso della tv a colori, dell’Autosole, della Nato e della Cee, la stragrande maggioranza degli italiani ha capito come stanno le cose qualche decennio prima delle ammissioni fuori tempo massimo dei comunisti.

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Luciano Capone


Nato in Irpinia, vivo a Milano, tifo Lazio. Ho provato a non fare il giornalista ma per adesso non ci sono riuscito, è insieme al Tressette la cosa che forse mi riesce meno peggio. Scrivo per Libero e Il Foglio. Se cercavi "Al Capone" hai sbagliato sito. Se cercavi "Lucky Luciano" pure.